La corsa all’Oscar 2027 per i Migliori costumi si presenta come una delle più articolate e competitive della stagione, con una classifica che mette in campo approcci molto diversi ma accomunati da una stessa tendenza: il costume torna a essere concepito sempre più come uno strumento di world-building e di caratterizzazione narrativa, non soltanto come ricostruzione d’epoca. Al vertice, però, emergono due nomi destinati a catalizzare inevitabilmente l’attenzione dell’Academy: Ellen Mirojnick, al primo posto con Odissea, e Jacqueline West, seconda con Dune: Part Three. La prima può contare sull’enorme forza combinata di Christopher Nolan, Universal Pictures e di un progetto destinato a essere uno degli eventi cinematografici dell’anno; la seconda sulla continuità di un universo visivo già premiato dall’Academy e su un pedigree personale tra i più solidi dell’intera categoria. Sono, sulla carta, i due riferimenti della corsa: Mirojnick punta sulla reinvenzione dell’immaginario omerico e sulla scala monumentale del film di Nolan, West sulla capacità di portare a compimento un linguaggio estetico costruito lungo un’intera trilogia.
Immediatamente dietro si colloca Ana López Cobos con The Black Ball, il principale outsider della parte alta della classifica e forse il candidato più dipendente dal successo complessivo del proprio film. Il percorso multigenerazionale e la ricostruzione di differenti periodi della storia spagnola offrono alla costumista un terreno tecnicamente molto spendibile, mentre Netflix possiede la forza promozionale necessaria per trasformare un titolo internazionale in un serio contendente nelle categorie artigianali. Linda Muir, quarta con Werwulf, rappresenta invece la minaccia più concreta al blocco di testa: la recente nomination per Nosferatu, il sodalizio con Robert Eggers e una specializzazione nel period design estremamente riconoscibile la rendono una candidata difficile da sottovalutare. Più indietro, Ragione e sentimento di Grace Snell propone il tradizionale prestigio del costume britannico, mentre Michael di Marci Rodgers può sfruttare la forza iconografica irripetibile degli abiti di Michael Jackson e trasformare l’accuratezza documentaria in una potente arma di campagna.
La seconda metà della previsione mostra invece quanto ampia sia la pressione competitiva. Molly Rogers e Il diavolo veste Prada 2 rappresentano il blocco fashion più facilmente comunicabile al grande pubblico, con 20th Century Studios che può contare sulla macchina mediatica della moda e sul ritorno del cast originale; David Crossman e Glyn Dillon portano con Project Hail Mary l’esperienza dei grandi franchise e del concept design fantascientifico, mentre Jacqueline West con Digger costituisce una variabile particolarmente interessante: Warner Bros. potrebbe trovarsi a sostenere due potenziali candidature della stessa costumista, trasformando West nella figura centrale di una campagna tecnica su più fronti. Chiudono la classifica Wild Horse Nine di Eimer Ní Mhaoldomhnaigh, sostenuto dal prestigio di Searchlight e dal sodalizio con Martin McDonagh, e gli altri titoli in competizione, in una stagione nella quale la strategia degli studios sarà decisiva: non basterà dimostrare la qualità degli abiti, ma renderne visibile la complessità attraverso guild, critica, festival, featurette, materiali dietro le quinte e una narrativa promozionale capace di spiegare perché quel determinato lavoro meriti di essere premiato.
Ed è proprio qui che la corsa potrebbe diventare imprevedibile. Mirojnick parte favorita, grazie alla combinazione quasi ideale di autore, studio, scala produttiva, pedigree recente e possibilità di raccontare Odissea come una reinvenzione radicale dell’epica; West è la principale inseguitrice, con il vantaggio di un universo già amato dall’Academy e di una reputazione consolidatissima; López Cobos e Muir rappresentano invece le due candidature capaci di rompere il duopolio qualora i rispettivi film acquisiscano slancio nella stagione dei premi. Dietro di loro, Michael, Il diavolo veste Prada 2 e Project Hail Mary dispongono di narrative promozionali molto forti, ma dovranno trasformare la riconoscibilità in prestigio accademico. Al momento, dunque, la strada verso la statuetta sembra partire da Odissea e passare per Dune: Part Three, ma con una stagione ancora tutta da giocare e una cinquina che potrebbe cambiare volto a ogni nuovo verdetto dei premi di settore.
PREVISIONI SETTEMBRE 2025 VS OSCAR 2026

Lo scorso anno 4 costumiste su 5 che ho indicato nelle previsioni di settembre 2025 hanno ottenuto la nomination all’Oscar: Miyako Bellizzi (Marty Supreme) (6°), Ruth E.Carter (Sinners) (4°), Malgosia Turzanska (Hamnet) (3°), Kate Hawley (Frankenstein) (1°) (WINNER)
Ecco di seguito una potenziale graduatoria sui costumisti che hanno più chance di entrare nella prossima Stagione dei Premi.
Allora, occhio alla lista!
10. EIMER NI MHAOLDOMHNAIGH – Wild Horse Nine (Searchlight)
Il lavoro di Eimer Ní Mhaoldomhnaigh in Wild Horse Nine di Martin McDonagh rappresenta un raffinato esercizio di equilibri sartoriali, chiamato a tradurre visivamente il tono grottesco e satirico del regista in un rigoroso contesto storico e geografico quale il Cile del 1973, alla vigilia del colpo di Stato. Operando su un cast d’eccezione che comprende John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Parker Posey e Tom Waits, la costumista sfrutta la costruzione tecnica degli abiti per accentuare le sfumature caricaturali e l’alienazione dei personaggi in trasferta senza mai svuotare di credibilità la ricostruzione d’epoca. Attraverso una meticolosa calibrazione delle silhouette burocratiche dei servizi segreti americani — contrapposte alla consistenza materica e vissuta degli indumenti locali dell’Isola di Pasqua —, Ní Mhaoldomhnaigh adopera tagli rigidi, palette cromatiche desaturate e tessuti dall’apparente rigidità formale che tradiscono ironicamente le debolezze psicologiche dei protagonisti, fondendo la precisione filologica degli anni Settanta con una cifra stilistica marcatamente surreale.

NOTA DI PRESTIGIO:Eimer Ní Mhaoldomhnaigh si conferma una delle autrici più autorevoli del panorama sartoriale europeo, forte di una carriera costellata da prestigiosi riconoscimenti critici e istituzionali che ne attestano la straordinaria versatilità. Il suo percorso vanta candidature di alto profilo internazionale, tra cui spiccano le nomination ai Critics Choice Awards e ai Satellite Awards per Amore e inganni, il riscontro agli Emmy Awards per David Copperfield e i ripetuti consensi ai Critics Circle e ai circuiti di settore per capolavori come Ritorno a Brideshead e Gli spiriti dell’isola. In ambito nazionale la costumista domina storicamente i premi dell’Irish Film and Television Academy, raccogliendo 11 candidature — da Breakfast on Pluto a Becoming Jane e Jimmy’s Hall — e conquistando la vittoria per l’eccellenza tecnica in The Rhythm Section. Questa solida infrastruttura di premi si unisce a una filmografia monumentale che spazia dal cinema civile di Ken Loach in Il vento che accarezza l’erba fino al lungo e consolidato sodalizio artistico con Martin McDonagh, un’alleanza autoriale che le permette di padroneggiare con assoluta padronanza tecnica il delicato equilibrio tra rigore storico e cifra grottesca.
CHANCE NOMINATION OSCAR: la selezione in concorso a Venezia offre a Wild Horse Nine un’importante piattaforma di lancio. Il film appartiene inoltre a un circuito molto favorevole a Searchlight: cinema d’autore, cast prestigioso, regista affermato e una componente storica sufficientemente marcata da sostenere una campagna tecnica. Per Ní Mhaoldomhnaigh, la candidatura dipenderà soprattutto da quanto il film riuscirà a entrare nella conversazione generale della stagione. Il costume design potrebbe diventare uno degli aspetti più facilmente valorizzabili proprio perché il tono satirico consente una caratterizzazione più evidente rispetto a una ricostruzione storica convenzionale. Il principale ostacolo è la competizione interna fra molti film d’epoca e prestigiosi candidati già dotati di un pedigree Oscar.
9. JACQUELINE WEST – Digger (Warner Bros.)
L’intervento di Jacqueline West in Digger — il nuovo kolossal originale di Alejandro G. Iñárritu girato interamente nell’analitica purezza del formato VistaVision — rappresenta un masterclass di ingegneria sartoriale applicata alla percezione ottica della pellicola. Confrontandosi con la grana e l’ampiezza visiva di un cast stellare che include Tom Cruise, Riz Ahmed, Sandra Hüller, Jesse Plemons e John Goodman, la costumista modula il proprio lavoro tecnico per rispondere alle sollecitazioni della macchina da presa di Emmanuel Lubezki e alle scenografie monumentali di Dennis Gassner. L’approccio di West si traduce in una rigorosa calibrazione della densità materica dei tessuti e nella scelta di una palette cromatica capace di dialogare organicamente con la luce naturale e con le specificità chimiche del VistaVision, evitando qualsiasi sbavatura digitale ed esaltando la tridimensionalità fisica dei corpi. Attraverso una costruzione sartoriale che fonde la ricerca filologica con la tensione narrativa voluta da Iñárritu, ogni abito è studiato nei minimi dettagli per restituire autenticità e profondità psicologica ai personaggi, confermando l’altissimo profilo tecnico di una delle firme più prestigiose del cinema contemporaneo.

NOTA DI PRESTIGIO: West è già una presenza consolidata nell’Academy: cinque nomination all’Oscar, inclusi Dune e Killers of the Flower Moon. Il suo curriculum comprende inoltre Quills, The Curious Case of Benjamin Button e The Revenant. Il suo rapporto con il cinema di Iñárritu aggiunge un’altra componente di prestigio: West è una costumista particolarmente forte quando il costume deve contribuire alla costruzione di un mondo realistico e fisicamente credibile.
CHANCE NOMINATION OSCAR: Il nome di West è abbastanza forte da garantire immediatamente attenzione alla candidatura. Il vero interrogativo è però la natura del costume design di Digger: se il film privilegia un’estetica contemporanea e relativamente discreta, West potrebbe trovarsi in una situazione simile a quella di Oppenheimer qualche anno fa, dove la candidatura dipendeva dalla capacità di rendere visibile la complessità del lavoro. Warner Bros. possiede tuttavia un vantaggio importante: può posizionare Digger come grande film d’autore americano e utilizzare il pedigree di Iñárritu e West per sostenere una campagna nelle categorie tecniche. La doppia candidatura di West nella stessa stagione — Dune: Part Three e Digger — rappresenta inoltre una circostanza rara: se entrambi i film funzionassero, West potrebbe diventare la dominante tecnica della categoria.
8. DAVID CROSSMAN, GLYN DILLON – Project Hail Mary (Amazon MGM)
Project Hail Mary, adattamento del romanzo di Andy Weir diretto da Phil Lord e Christopher Miller e interpretato da Ryan Gosling, porta il costume design in una dimensione prevalentemente fantascientifica. David Crossman e Glyn Dillon firmano insieme i costumi, in un film ambientato principalmente nello spazio e costruito attorno alla missione dell’insegnante e astronauta Ryland Grace. La progettazione deve quindi trovare un equilibrio tra funzionalità, credibilità scientifica e leggibilità cinematografica.

NOTA DI PRESTIGIO:David Crossman e Glyn Dillon formano una delle coppie creative più formidabili e istituzionalmente forti del panorama contemporaneo, grazie ad un percorso che unisce la titanica ricostruzione storica alle vette del concept design per il grande cinema epico e di genere. La caratura istituzionale di Crossman è certificata dalle 2 candidature consecutive agli Academy Awards per i monumentali kolossal Napoleon e Il gladiatore II — entrambe condivise con Janty Yates —, affiancate da prestigiose nomination ai BAFTA Awards, ai Critics Choice Awards e ai Costume Designers Guild Awards. A questo solido impianto accademico si unisce la straordinaria visione autoriale di Glyn Dillon, maestro del concept design e pilastro visivo di universi complessi come Star Wars e The Batman. La loro profonda sinergia tecnica ha trovato il suo trionfo ufficiale con la vittoria del Saturn Award per i costumi di The Batman — condivisa con Jacqueline Durran — e si è consolidata attraverso il lavoro d’archivio e di reinvenzione bellica in Rogue One: A Star Wars Story. L’alleanza tra Crossman e Dillon rappresenta dunque una garanzia di eccellenza sartoriale e tecnologica, capace di coniugare il rigore filologico del dramma storico con la dirompente innovazione visiva del fantastico contemporaneo
CHANCE NOMINATION OSCAR: Il principale vantaggio è la presenza di Crossman, reduce da due nomination consecutive. L’Academy conosce già il suo lavoro e Amazon MGM può sfruttare il suo recente pedigree per posizionare il film come una delle principali proposte tecniche della stagione. La sfida è rendere evidente il lavoro di costume in un film in cui la tuta spaziale e l’abbigliamento funzionale potrebbero apparire meno ricchi rispetto a un film storico. La candidatura diventerebbe molto forte se la campagna riuscisse a dimostrare che i costumi non sono semplicemente realistici, ma fondamentali per definire la psicologia del protagonista e la credibilità dell’universo fantascientifico.
7. MOLLY ROGERS – Il diavolo veste Prada 2 (20th Century Studios)
Il diavolo veste Prada 2 rappresenta uno dei casi più particolari della corsa ai costumi. Molly Rogers eredita l’enorme responsabilità estetica del film del 2006 e deve contemporaneamente rispettarne il DNA e raccontare come siano cambiati Miranda Priestly, Andy Sachs ed Emily Charlton vent’anni dopo. Rogers ha spiegato di aver mantenuto l’identità originaria stabilita da Patricia Field, aggiornandola alle nuove personalità dei personaggi. Miranda è costruita attraverso silhouette più minimaliste e autoritarie; Emily assume un’identità più aggressiva e fashion-forward; Andy, ormai esperta del settore, viene vestita in modo più sofisticato e consapevole. Il budget superiore ha inoltre permesso di lavorare con un numero maggiore di maison di alta moda.

NOTA DI PRESTIGIO:Rogers possiede una storia direttamente legata a uno dei più influenti fenomeni fashion della televisione contemporanea: Sex and the City. Ha ricevuto 6 nomination agli Emmy e ha vinto nel 2002 per i costumi della serie. È inoltre stata candidata nel 2001, 2003 e 2004 per Sex and the City e nel 2009 per Ugly Betty. La sua collaborazione con Patricia Field risale proprio a Sex and the City e al primo Devil Wears Prada. Rogers è quindi una delle poche costumiste della lista con una relazione organica e storica con il mondo della moda rappresentato nel film.
CHANCE NOMINATION OSCAR:Il vantaggio di Il diavolo veste Prada 2 è la sua narrative strength: gli abiti sono parte integrante della storia e non un elemento decorativo. La campagna 20th Century Studios può inoltre sfruttare un’enorme copertura editoriale internazionale legata alla moda, alle maison coinvolte e al ritorno di Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci. Il film ha già generato una forte conversazione fashion prima ancora della Stagione dei premi. La difficoltà è convincere l’Academy che il lavoro possiede la stessa profondità di una ricostruzione storica. Il precedente film non fu candidato ai costumi, perciò Rogers deve dimostrare che il sequel rappresenta un’evoluzione creativa e non semplicemente un’esibizione di brand.
6. MARCI RODGERS – Michael (Lionsgate)
Michael è il biopic dedicato a Michael Jackson diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson. Per Marci Rodgers il compito è stato particolarmente delicato perché non si è trattato semplicemente di ricostruire un’epoca: bisognava replicare abiti che appartengono alla memoria collettiva mondiale. Rodgers ha costruito oltre 800 pagine di materiale di ricerca, studiando fotografie, riviste, immagini d’archivio e capi originali per ricreare outfit come la giacca di Thriller, quella di Beat It, il look dei Grammy e gli abiti delle diverse fasi della carriera di Jackson. Il progetto ha richiesto più di 3.000 costumi e una squadra di oltre venti persone. Il risultato è particolarmente interessante perché Rodgers non ha cercato di “reinterpretare” Michael Jackson: ha privilegiato l’accuratezza documentaria, fino ai tessuti, alle decorazioni, ai bottoni e alle differenze cromatiche tra capi apparentemente identici.

NOTA DI PRESTIGIO:Marci Rodgers ha edificato una carriera di altissimo profilo incentrata sul rigore storico e sulla profonda valorizzazione estetica di narrazioni legate alla cultura e alla storia afroamericana, firmando i costumi di opere fondamentali come BlacKkKlansman di Spike Lee (unica nomination ai CDG Award). Membro dell’Academy e forte di una reputazione consolidata nel settore, la costumista vanta un percorso costellato da significativi riconoscimenti critici e industriali, tra cui spiccano le ripetute nomination ai Black Reel Awards per i suoi lavori in BlacKkKlansman, Passing e Till: Il coraggio di una madre, oltre ai consensi ottenuti presso la San Diego Film Critics Society e i NAACP Image Awards per Shooting Stars. Pur non muovendosi all’interno del titanico palmares storico di veterane come Mirojnick o West, la sua eventuale candidatura agli Oscar per Michael coronerebbe un percorso di straordinaria coerenza artistica, consacrando l’eccellenza tecnica e l’impatto culturale di un’autrice capace di restituire densità e verità storica ai corpi dei suoi personaggi.
CHANCE NOMINATION OSCAR: Il vantaggio di Michael è enorme: gli abiti di Jackson sono immediatamente riconoscibili e offrono alla categoria una quantità straordinaria di materiale da premiare. La campagna Lionsgate può trasformare il costume design in uno dei principali elementi della conversazione sul film: l’accuratezza delle ricostruzioni, la ricerca d’archivio e il lavoro manuale sono tutti aspetti facilmente comunicabili agli elettori. Il rischio è che la forte componente pop venga percepita come più spettacolare che “prestigious”. Ma se Rodgers entrerà nelle principali cinquine dei premi dei guild e della critica, Michael potrebbe diventare uno dei candidati più difficili da ignorare.
5. GRACE SNELL – Ragione e Sentimento (Focus Features)
L’approccio tecnico di Grace Snell alla nuova trasposizione di Ragione e sentimento — diretta da Georgia Oakley e prodotta da Working Title per Focus Features — ridefinisce i codici del dramma in costume attraverso una rigorosa decostruzione sartoriale che rifugge la stasi museale del tipico period piece. Affrontando il suo primo grande progetto di studio, la costumista britannica ha operato un raffinato intervento di ingegneria tessile, calibrando la pesantezza dei tessuti, la grammatura della lana e la fluidità delle sete per riflettere le tensioni psicologiche e le restrizioni sociali delle sorelle Dashwood, interpretate da Daisy Edgar-Jones ed Esmé Creed-Miles. Lavorando in stretta sinergia con la visione registica e l’impostazione visiva che ha conquistato le pagine di British Vogue, Snell ha optato per una palette cromatica e una costruzione delle silhouette capaci di infondere una vibrante modernità nei canoni dell’epoca Regency, bilanciando la rigidità strutturale dei corsetti con un’inedita morbidezza materica che restituisce ai corpi una fisicità tangibile, lontana da ogni artificio di pura facciata.

NOTA DI PRESTIGIO: Snell ha costruito rapidamente un profilo importante nel cinema britannico. Ha lavorato con Joanna Hogg a The Souvenir e The Souvenir: Part II, vincendo il British Independent Film Award per i migliori costumi per il secondo film. Ha poi ottenuto un secondo BIFA per Pillion nel 2025. Il suo percorso comprende inoltre The Outrun, The Eternal Daughter, Mogul Mowgli e la serie I Hate Suzie. È stata selezionata da Screen International tra gli “Stars of Tomorrow”, un riconoscimento indicativo della crescita del suo profilo professionale.
CHANCE NOMINATION OSCAR: Il film ha un vantaggio importante: appartiene a un genere che l’Academy conosce bene e nel quale i costumi possono diventare un elemento narrativo centrale. Snell, però, deve ancora trasformare il prestigio britannico in consenso Oscar. La campagna Focus dovrà quindi enfatizzare la qualità artigianale, la ricerca storica e soprattutto la capacità di aggiornare Austen senza perdere la leggibilità del periodo. La nomination potrebbe diventare molto concreta se Ragione e sentimento entra nella conversazione tecnica di fine anno. Una vittoria, invece, richiederebbe probabilmente un film con un impatto visivo più immediato rispetto alla concorrenza.
4. LINDA MUIR – Werwulf (Focus Features)
Il sodalizio tra Robert Eggers e Linda Muir trova in Werwulf la sua definitiva consacrazione tecnica, elevando la ricostruzione d’epoca a vero e proprio motore narrativo e visivo dell’opera. All’interno di un asse creativo che vede la costumista affiancata stabilmente dal direttore della fotografia Jarin Blaschke e dallo scenografo Craig Lathrop, il lavoro sui costumi medievali si sviluppa come un rigoroso esercizio di archeologia sartoriale e materialità tattile. Priva di concessioni estetiche o anacronismi moderni, la ricerca di Muir si concentra sulla pesantezza dei tessuti grezzi, sulle pelli conciate artigianalmente e sulla stratificazione logora degli abiti per restituire con spietato realismo la durezza e la fisicità del contesto storico. Ciascun abito è strutturato per dialogare simbioticamente con la luce naturale e le cupe atmosfere evocate dalla macchina da presa, cucendo addosso a interpreti del calibro di Aaron Taylor-Johnson, Lily-Rose Depp e Willem Dafoe una seconda pelle che definisce lo status sociale, l’isolamento e la brutalità primordiale dei corpi in un ambiente ostile.

NOTA DI PRESTIGIO:Muir arriva con un pedigree eccezionale e soprattutto con un riconoscimento Oscar recentissimo. È stata candidata ai Migliori costumi per Nosferatu agli Oscar 2025, oltre a essere stata candidata ai BAFTA e ai Critics Choice Awards. Per Nosferatu ha inoltre vinto il Costume Designers Guild Award per l’Excellence in Period Film. Il suo lavoro su The Northman aveva già attirato l’attenzione della critica di settore, mentre The Witch aveva ottenuto riconoscimenti specifici per il costume design.
CHANCE NOMINATION OSCAR: Muir ha appena dimostrato di poter entrare nella cinquina con Eggers e un film storico-horror; Werwulf può offrire un terreno ancora più favorevole. Il vantaggio competitivo è la specializzazione storica. Se Eggers mantiene il suo consueto livello di autenticità, il lavoro di Muir può risultare estremamente riconoscibile. Focus Features potrebbe posizionare il film come uno dei principali titoli d’autore della stagione, facendo leva sul binomio Eggers-Muir e sul precedente successo di Nosferatu. Per la vittoria, tuttavia, dovrà superare candidati con maggiore impatto commerciale o spettacolare.
3. ANA LOPEZ COBOS – The Black Ball (Netflix)
Il lavoro di Ana López Cobos in The Black Ball rappresenta un saggio di ingegneria sartoriale e filologica, chiamato a sostenere un imponente impianto narrativo multigenerazionale che attraversa momenti cruciali della storia spagnola tra il 1932, il 1937 e il 2017. Privata del supporto esclusivo della scenografia nel marcare il passaggio del tempo, la costumista spagnola affida alla texture dei tessuti, alla palette cromatica e alla rigorosa costruzione dei volumi il compito fondamentale di distinguere epoche, stratificazioni sociali e profonde trasformazioni identitarie. Dalla sobria rigidità dei capi d’ispirazione civile della Seconda Repubblica alle uniformi logore e drammaticamente funzionali del biennio della Guerra Civile, fino all’estetica contemporanea del 2017, ogni abito è concepito come un documento visivo in grado di evolvere insieme ai personaggi. Attraverso una meticolosa ricerca d’archivio e una cura sartoriale tesa a restituire la materialità vissuta degli indumenti, López Cobos evita la trappola della semplice ricostruzione museale, conferendo agli abiti una forte autonomia espressiva che si sposa perfettamente con la raffinata cifra registica premiata sulla Croisette, elevando così il profilo internazionale del film in vista della corsa ai riconoscimenti globali.

NOTA DI PRESTIGIO: López Cobos, candidata nel 2019 ai Goya per il film Quién te cantará, arriva alla corsa con un profilo internazionale meno consolidato presso l’Academy. Proprio questo rende la candidatura più dipendente dal film. Il suo punto di forza è invece il tipo di lavoro richiesto: un costume design capace di raccontare trasformazioni storiche e generazionali attraverso tre differenti momenti temporali. È il genere di contributo che può diventare particolarmente evidente nelle proiezioni dell’Academy se sostenuto da una forte campagna critica.
CHANCE NOMINATION OSCAR: Netflix ha una capacità promozionale enorme e The Black Ball possiede il tipo di prestigio festivaliero che può trasformare un candidato europeo in una presenza Oscar. Il problema è la visibilità del nome di López Cobos: senza una presenza significativa nelle principali associazioni di categoria, la candidatura dovrà essere costruita soprattutto attorno al film narrative, alla qualità della ricostruzione storica e all’eventuale presenza del titolo nelle liste dei premi tecnici di fine anno. È un candidato da tenere molto seriamente in considerazione soprattutto se il film riesce a diventare uno dei principali titoli internazionali della campagna Netflix.
2. JACQUELINE WEST – Dune 3: Messiah (Warner Bros.)
Con Dune: Part Three, Jacqueline West ha una seconda chance di avvicinarsi all’Oscar e torna nell’universo creato insieme a Denis Villeneuve dopo aver contribuito alla costruzione visiva dei primi due capitoli. Il terzo film si colloca quasi vent’anni dopo la conquista dell’Impero da parte di Paul Atreides e porta il racconto verso una fase più politica, oscura e complessa, con nuovi equilibri di potere e nuovi personaggi. Il valore dei costumi risiede soprattutto nella continuità evolutiva dell’universo. West non parte da zero: deve mostrare attraverso tessuti, silhouette, colori, armature e abiti cerimoniali come siano cambiati Paul, Chani, Irulan e l’intero sistema imperiale. Il film introduce inoltre personaggi come Scytale e porta sullo schermo una fase della saga in cui la dimensione politica e religiosa diventa ancora più importante.

NOTA DI PRESTIGIO:Jacqueline West rappresenta una delle personalità più autorevoli e celebrate nel panorama internazionale del costume design, forte di un palmarès che vanta ben 13 vittorie a fronte di 84 candidature complessive conferite dalle più prestigiose istituzioni dell’industria cinematografica. Il suo straordinario percorso accademico è suggellato da 5 nomination agli Academy Awards per capolavori visivi di epoche e generi radicalmente differenti come Quills – La penna dello scandalo, Il curioso caso di Benjamin Button, Revenant – Redivivo, Dune — condivisa con Bob Morgan — e Killers of the Flower Moon. Questa imponente considerazione da parte dell’Academy trova specchio nei massimi consensi internazionali, tra cui spiccano 4 candidature ai BAFTA, le affermazioni ai premi della critica di Chicago, le ripetute vittorie ai Satellite Awards e ai Critics Choice Awards, oltre al costante apprezzamento da parte dei Saturn Awards per il suo apporto al cinema di genere e fantastico. Il suo valore industriale trova la massima consacrazione nei Costume Designers Guild Awards, dove West ha collezionato ben 7 candidature e una prestigiosa vittoria per l’eccellenza nei costumi sci-fi e fantasy grazie al lavoro pionieristico svolto sul primo capitolo di Dune, confermando una raffinata versatilità capace di spaziare con pari maestria dal rigore storico del dramma in costume alla visionarietà futuristica dei kolossal contemporanei.
CHANCE NOMINATION OSCAR: West è probabilmente il candidato con la maggiore continuità interna alla categoria. L’Academy conosce già il suo lavoro su Dune, mentre il terzo capitolo può offrire una progressione estetica ancora più ricca. Il punto di forza della campagna sarà la possibilità di presentare Dune: Part Three come conclusione di un progetto visivo unitario, non come semplice sequel. Warner Bros. può valorizzare l’intero arco creativo di West, collegando il film alle precedenti nomination e al successo tecnico della saga. Il limite è altrettanto evidente: parte dell’effetto sorpresa del primo Dune è già stato metabolizzato dall’Academy. Per vincere, West dovrà dimostrare che il terzo film non è soltanto coerente con i precedenti, ma porta il design in una direzione nuova.
1. ELLEN MIROJNICK – Odissea (Universal Pictures)
Odissea rappresenta uno dei progetti cinematografici più ambiziosi dell’anno: Christopher Nolan porta sul grande schermo il poema di Omero con un cast guidato da Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland, Zendaya, Robert Pattinson e altri interpreti di primo piano. Il film evita deliberatamente l’estetica tradizionale del peplum e dell’epica “sword-and-sandals”: Nolan e la costumista Ellen Mirojnick hanno cercato un mondo che risultasse antico senza essere una ricostruzione archeologica rigidamente codificata. Il principio estetico dichiarato da Mirojnick è quello di un’epoca “senza tempo”: lino, pelle e bronzo vengono utilizzati come materiali capaci di evocare il mondo omerico, ma con silhouette e proporzioni pensate per risultare immediatamente leggibili allo spettatore contemporaneo. È un approccio particolarmente interessante per l’Academy perché trasforma il costume da semplice ricostruzione storica in uno strumento di world-building. La candidatura avrebbe inoltre il vantaggio di essere strettamente collegata alla visione di Nolan: dopo Oppenheimer, il regista torna a collaborare con Mirojnick su un’opera di scala molto maggiore e con un universo visivo radicalmente diverso.

NOTA DI PRESTIGIO:Mirojnick arriva alla stagione con un precedente Oscar estremamente recente: è stata candidata ai Migliori costumi per Oppenheimer agli Academy Awards 2024. Nella stessa stagione ha raccolto numerose candidature della critica e del circuito tecnico. Nel complesso vanta una carriera straordinaria e ampiamente riconosciuta anche dai Costume Designers Guild Awards, istituzione che l’ha celebrata nel 2016 con il prestigioso Career Achievement Award. Il suo percorso ai CDG Awards è costellato da 10 candidature e 3 vittorie in categorie tra loro diversissime, a conferma di una versatilità stilistica che spazia dal dramma storico al kolossal fantastico e alla serialità d’autore. Tra i suoi successi più celebri figurano la vittoria per il fantasy in Maleficent: Mistress of Evil, il trionfo televisivo per la miniserie Behind the Candelabra e i riconoscimenti per l’accuratezza d’epoca ne The Knick, serie che le è valsa più premi e candidature. La sua firma è stata inoltre associata a titoli di primissima grandezza cinematografica e televisiva, ottenendo nomination di rilievo per blockbuster musicali come The Greatest Showman, progetti contemporanei e serie di grande impatto come la prima stagione di Bridgerton. La nomination per Oppenheimer è particolarmente significativa perché dimostrò la capacità di Mirojnick di ottenere riconoscimento dall’Academy anche con costumi relativamente sobri: circa mille costumi costruiscono differenze sociali, politiche e temporali senza trasformare il film in una passerella di costumi spettacolari.
CHANCE NOMINATION OSCAR: Odissea ha probabilmente il pacchetto più completo per la cinquina: Nolan, Universal, un enorme evento cinematografico e una costumista già candidata all’Oscar con lo stesso regista. Il punto decisivo è che Mirojnick non deve semplicemente “vestire un kolossal”: deve dimostrare come abbia costruito un linguaggio visivo originale per un mondo che il cinema ha rappresentato infinite volte. La scelta di evitare l’estetica convenzionale del peplum costituisce quindi una narrativa perfetta per la campagna. Il principale vantaggio competitivo è la combinazione di prestigio personale + difficoltà tecnica + scala produttiva + autore. Se il film mantiene il consenso nelle categorie tecniche, Mirojnick potrebbe diventare uno dei nomi più difficili da escludere per la vittoria.
Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog






