La Stagione dei premi è ufficialmente iniziata con il Toronto International Film Festival, che ha appena incoronato i suoi vincitori offrendo un primo e prezioso assaggio dei titoli destinati a dominare la prossima Notte degli Oscar. Del resto, negli ultimi anni il People’s Choice Award, ovvero il premio più importante assegnato dal festival canadese, si è dimostrato un termometro estremamente affidabile per orientarsi tra i futuri protagonisti della Awards Season, riuscendo spesso ad anticipare o meglio ad influenzare con precisione i gusti e le scelte degli stessi membri dell’Academy.

Nel corso delle sue 46 edizioni, il film trionfatore del Premio del pubblico a Toronto ha fatto poi il bis agli Oscar in 7 occasioni come miglior film — nello specifico con Momenti di gloria, American Beauty, The Millionaire, Il discorso del Re, 12 anni schiavo, Green Book e Nomadland — oltre a imporsi una volta tra i documentari con Best Boy e ben 7 volte come miglior film straniero grazie a titoli celebri come La storia ufficiale, L’albero di Antonia, La vita è bella, La tigre e il dragone, Tsotsi, Una separazione e Roma. L’aspetto più rilevante, tuttavia, risiede nel fatto che molti altri vincitori del riconoscimento canadese, pur mancando la statuetta principale, si sono comunque imposti come assoluti protagonisti della Stagione dei premi, conquistando numerose candidature agli Oscar, talvolta riuscendo a centrare la doppia nomination Film/Internazionale come è accaduto proprio a La vita è bella, La tigre e il dragone e Roma.
Il fiuto di Toronto: quando il festival canadese anticipa la Notte degli Oscar
Analizzando la storia recente dei vincitori, emerge chiaramente come il gradimento del pubblico canadese si traduca quasi regolarmente in una pioggia di candidature e statuette. Già agli inizi degli anni Dieci e Duemila titoli come Il lato positivo (Silver Linings Playbook) — forte di 8 candidature e 1 Oscar — o il monumentale 12 anni schiavo (12 Years a Slave) — che conquistò 9 nomination e ben 3 Oscar, inclusi quello per il miglior film — hanno dimostrato il peso specifico del festival. Questa tendenza si è ripetuta con regolarità impressionante grazie a opere come The Imitation Game (8 nomination e 1 Oscar), la toccante pellicola Room (4 nomination e 1 Oscar) e il travolgente fenomeno di La La Land, capace di eguagliare record storici con ben 14 candidature e 6 statuette vinte.
La traiettoria virtuosa non si è mai interrotta con i successivi trionfatori del premio principale: Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha ottenuto 7 nomination e 2 premi Oscar, Green Book ha trionfato conquistando 3 Oscar su 5 candidature, Jojo Rabbit ha ottenuto 6 nomination e 1 statuetta, e la magnifica epopea di Nomadland ha sbaragliato la concorrenza portandosi a casa 3 Oscar su 6 candidature, compreso quello per il miglior film. Anche titoli come Belfast (7 nomination e 1 Oscar), l’intimo The Fabelmans di Steven Spielberg (7 nomination) e l’acclamato American Fiction (5 nomination e 1 Oscar) hanno ampiamente confermato l’autorevolezza del premio.
Nelle annate più recenti, la cartina di tornasole del TIFF si è rivelata ancora più ricca e precisa, estendendo la sua capacità di previsione anche ai rispettivi podi d’onore composti da primo, secondo e terzo posto. Per quanto riguarda la coorte del 2024, The Life of Chuck (che ha pagato lo slittamento in fase distributiva nel 2025) ha inaugurato però un ottimo palmarès seguito da un favoloso podio d’argento e di bronzo occupato da Emilia Pérez — capace di raccogliere ben 12 candidature e 1 premio Oscar — e dallo sfolgorante Anora, che ha conquistato 6 nomination e trionfato con ben 5 statuette tra cui Miglior film. Analogamente, la splendida affermazione di Hamnet (8 nomination e 1 Oscar) delo scorso anno è stata brillantemente affiancata sul podio dal 2° piazzamento di grandissimo spessore di Frankenstein (9 nomination e 3 Oscar), a conferma del fatto che salire sul podio del People’s Choice Award significhi quasi automaticamente prenotare un ruolo da assoluti protagonisti sul palcoscenico globale degli Academy Awards.
BEST PICTURE
La Bola Negra (The Black Ball), l’acclamato trittico queer di Javier Ambrossi e Javier Calvo vincitore del premio per la Miglior regia all’ultimo Festival di Cannes, è il vincitore di quest’anno del prestigioso People’s Choice Award.

Il film intreccia magistralmente le vite di tre uomini appartenenti a epoche diverse, rispettivamente nel 1932, nel 1937 e nel 2017, esplorando temi universali come il desiderio, l’amore, la repressione e la memoria, e legando indissolubilmente le loro esperienze all’eredità di Federico García Lorca e della drammatica Guerra Civile spagnola. Ufficialmente scelto dalla Spagna per rappresentare il Paese nella competizione internazionale degli Oscar, questo straordinario progetto punta con decisione a conquistare numerose e importanti candidature, tra cui quelle ambitissime per il Miglior film e la Miglior regia.
Al 2° posto troviamo I Play Rocky di Peter Farrelly e al 3° posto Being Heumann di Sian Heder.
BEST INTERNATIONAL FILM
Lo scorso anno il podio della categoria Best International Film ha visto trionfare No Other Choice di Park Chan-wook (che fu scelto dalla Corea del Sud ma che però non ottenne la nomination all’Oscar), seguito dall’acclamato Sentimental Value del norvegese Joachim Trier (che non solo vinse l’Oscar per il Miglior film internazionale ma conquistò anche 9 nomination tra cui Miglior Film). Al terzo posto si piazzò il dramma in lingua hindi Homebound, diretto dall’indiano Neeraj Ghaywan, pur selezionato dall’India per la corsa agli Academy Awards, rimase però escluso dalla cinquina dei candidati.

Il vincitore di quest’anno dell’International People’s Choice Award è stato Elsinore, il film diretto da Simon Stone e scritto da Stephen Beresford che ripercorre gli intensi mesi finali di vita di Ian Charleson – interpretato da Andrew Scott – indimenticato protagonista di Momenti di gloria. Nel 1986 all’attore viene diagnosticato l’HIV, in un’epoca segnata da disinformazione e stigma sociale; scegliendo di non ritirarsi dalle scene e di mantenere il riservo sulla malattia, Charleson dedica le sue ultime energie alla preparazione dell’Amleto al National Theatre di Londra nel 1989. Il titolo fa riferimento al castello shakespeariano di Kronborg, trasformando la sala prove e il palcoscenico in uno spazio simbolico e in una roccaforte interiore dove il declino fisico si intreccia con l’immedesimazione nel principe danese. L’opera, attraverso una struttura narrativa che unisce isolamento clinico ed energia viscerale del teatro, eleva il palcoscenico a supremo baluardo di dignità, memoria e catarsi umana di fronte alla tragedia, riflettendo sulla mortalità e sull’arte come ultima difesa prima del sipario finale.
Al 2° posto si è piazzato Possible Love di Lee Chang-dong scelto dalla Corea del Sud per la gara internazionale degli Oscar e al 3° posto The Assassin(s) di Hur Jin-ho’s
Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog




