Quando, nei mesi precedenti all’uscita di Odissea, sono state diffuse le prime immagini dell’ambizioso progetto di Christopher Nolan, uno degli aspetti che ha suscitato maggiori discussioni è stato proprio il design dei costumi. In particolare, l’armatura indossata da Agamennone (Benny Safdie) è diventata oggetto di numerose critiche sui social, dove è stata paragonata all’estetica di Batman e a quella di un’armatura futuristica, apparentemente lontana dall’immaginario tradizionalmente associato alla Grecia antica. Una reazione che ha contribuito ad alimentare il dibattito sulla direzione artistica del film, ma che ha anche portato alla luce una delle scelte più interessanti del lavoro di Ellen Mirojnick: non riprodurre un’immagine convenzionale dell’antichità, bensì reinterpretarla attraverso un linguaggio visivo autonomo.
La questione è stata affrontata direttamente da Nolan, che ha difeso le scelte della costumista richiamando l’utilizzo del bronzo annerito e la necessità di comunicare, attraverso materiali particolarmente preziosi, la posizione gerarchica di Agamennone. Il risultato, dunque, non nasce da una semplice ricerca di modernità estetica, ma da una precisa concezione dei materiali, del potere e della rappresentazione dei personaggi. La ricostruzione dei costumi di Odissea ha preso le mosse dall’età del Bronzo micenea, attraverso uno studio dei materiali e del loro deterioramento causato dal tempo, dal sale e dalla guerra. Ellen Mirojnick ha tuttavia precisato che l’obiettivo non era riprodurre fedelmente un determinato periodo storico, ma creare un universo visivo senza tempo, capace di coniugare ricerca storica, libertà narrativa e sensibilità contemporanea. Una scelta che ha alimentato il dibattito tra storici e archeologi, soprattutto per alcuni elementi dell’armatura indossata da Matt Damon nei panni di Ulisse, tra cui il celebre elmo corinzio con pennacchio rosso, considerato da diversi studiosi anacronistico rispetto all’epoca micenea. La costumista ha spiegato che la mitologia non deve necessariamente essere tradotta in termini letterali, ma può essere reinterpretata attraverso un linguaggio estetico autonomo.

La discussione iniziale assume un significato particolare nella valutazione del potenziale agli Academy Awards. Odissea rappresenta infatti uno dei progetti cinematografici più ambiziosi della stagione: Nolan porta sul grande schermo il poema di Omero con un cast guidato da Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland, Zendaya, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Charlize Theron e Jon Bernthal. Il film evita deliberatamente l’estetica tradizionale del peplum e dell’epica sword-and-sandals, cercando una dimensione visiva che risulti antica senza trasformarsi in una ricostruzione archeologica rigidamente codificata.
Il pincipio estetico dichiarato da Mirojnick è quello di un’epoca senza tempo. Lino, pelle e bronzo diventano materiali capaci di evocare il mondo omerico, mentre silhouette, proporzioni e trattamenti delle superfici sono pensati per rendere i personaggi immediatamente riconoscibili anche a uno spettatore contemporaneo. È un approccio che attribuisce al costume una funzione narrativa fondamentale: non soltanto vestire gli interpreti, ma costruire la credibilità di un universo mitologico e definirne le gerarchie sociali, culturali e politiche. La candidatura avrebbe inoltre il vantaggio di essere strettamente collegata alla visione di Nolan. Dopo Oppenheimer, il regista torna a collaborare con Mirojnick su un’opera di scala produttiva molto maggiore e con un universo visivo radicalmente differente. Per la costumista, la sfida consisteva nel dimostrare ancora una volta la propria capacità di tradurre una precisa visione autoriale in un linguaggio estetico riconoscibile.
THE ART OF COSTUME DESIGN: per comprendere il lavoro di Ellen Mirojnick in Odissea bisogna partire da una dichiarazione che sintetizza l’intero progetto: «Non stavamo cercando un periodo storico. Cercavamo un periodo senza tempo». In un’intervista a British Vogue, la costumista ha spiegato come Christopher Nolan non volesse realizzare un’altra rappresentazione cinematografica convenzionale dell’antichità. L’obiettivo era restituire al racconto omerico una dimensione mitologica, evitando tanto la ricostruzione museale quanto i codici visivi consolidati dal cinema epico. La ricerca è partita da un lavoro di documentazione sulle civiltà micenee e sulle culture mediterranee della tarda Età del Bronzo. Mirojnick ha studiato materiali, abbigliamenti, armature e rappresentazioni figurative dell’epoca, utilizzandoli come fondamenta per una successiva elaborazione creativa. Il suo metodo, come ha raccontato nelle interviste dedicate al film, procede dal testo alla storia e dalla storia al mito: una progressione che permette di mantenere un rapporto con le fonti senza rinunciare alla libertà interpretativa. La produzione ha richiesto la realizzazione di oltre 5.300 costumi, dalle armature dei combattenti agli abiti delle corti, fino alle vesti delle divinità. Una dimensione produttiva che ha comportato un’organizzazione particolarmente complessa, soprattutto considerando l’ampiezza del racconto e la necessità di mantenere una coerenza visiva tra personaggi, ambientazioni e differenti gruppi sociali.

La materia come strumento narrativo
Uno degli aspetti più significativi del lavoro di Mirojnick riguarda il trattamento dei materiali. Il bronzo, normalmente associato nel cinema epico a superfici lucide e immediatamente riconoscibili, viene qui sottoposto a un processo estetico differente. Le superfici sono invecchiate, ossidate e segnate dall’usura; la pelle e il lino contribuiscono a restituire la sensazione di un mondo attraversato da guerre, viaggi e condizioni ambientali difficili. La scelta non è soltanto decorativa. La storia comincia in un universo segnato dalla guerra di Troia, e gli abiti devono trasmettere le conseguenze di un conflitto prolungato. Mirojnick ha descritto questo mondo come esausto, tormentato, segnato dal sale e dalla frammentazione. Di conseguenza, texture, peso e deterioramento dei tessuti diventano elementi narrativi.

L’armatura di Odisseo, per esempio, non deve apparire come un oggetto appena uscito da un laboratorio, ma come qualcosa che ha accompagnato il personaggio attraverso anni di combattimenti e spostamenti. La collaborazione con Nolan emerge anche nella ricerca di una credibilità visiva che non dipenda esclusivamente dalla precisione archeologica. Il regista ha spiegato, proprio discutendo le critiche rivolte all’armatura di Agamennone, che la scelta del bronzo annerito aveva una precisa base materiale: l’utilizzo di una lega con oro e argento, trattata con zolfo, avrebbe potuto produrre superfici scure. Nel caso del sovrano, inoltre, il valore dei materiali doveva comunicare una condizione di superiorità rispetto agli altri guerrieri. È un esempio concreto di come il costume partecipi alla costruzione del personaggio attraverso la materia, prima ancora che attraverso la silhouette.
Odisseo: un costume che cambia insieme al personaggio
Il lavoro su Matt Damon rappresenta probabilmente la sfida narrativa più articolata. A differenza di molti protagonisti dell’epica cinematografica, che vengono presentati attraverso un’immagine eroica già definita, Odisseo attraversa un processo di deterioramento, trasformazione e adattamento. Mirojnick ha spiegato che il personaggio deve poter perdere progressivamente la propria identità visiva, ricostruirla, camuffarsi e sopravvivere, senza perdere quegli elementi che lo rendono immediatamente riconoscibile. La soluzione è stata individuata nella semplicità delle forme.

L’associazione tra lino, pelle e bronzo consente di modificare progressivamente silhouette e proporzioni, mantenendo una continuità estetica. L’evoluzione del costume accompagna così quella psicologica e fisica del protagonista: l’armatura non è soltanto un simbolo di forza, ma anche una testimonianza del peso del viaggio e delle esperienze accumulate. Il momento in cui il personaggio ne viene privato assume, di conseguenza, un significato visivo altrettanto importante.
Le figure femminili: identità, potere e simbolismo
Particolarmente interessante è anche la differenziazione dei personaggi femminili, costruita attraverso materiali, colori e volumi. Per Elena di Troia, interpretata da Lupita Nyong’o, Mirojnick ha sviluppato un’immagine regale e quasi scultorea. Una delle soluzioni più particolari è una struttura asimmetrica in bronzo che interessa collo e spalle, realizzata con il contributo della designer Misha Japanwala, specializzata in creazioni artistiche basate sul calco del corpo. L’elemento, ispirato anche all’immagine di una statua danneggiata, è stato integrato in un abito drappeggiato.

La lavorazione ha richiesto un’attenzione particolare anche agli aspetti pratici: la struttura metallica pesava circa trenta libbre, oltre tredici chilogrammi. Un dettaglio che restituisce concretamente la complessità di un costume concepito per avere una presenza monumentale, ma che deve contemporaneamente funzionare sul corpo dell’interprete. Per un altro look di Elena, Mirojnick ha utilizzato un tessuto metallico intrecciato, reperito in Spagna, il cui peso rappresentava nuovamente una difficoltà significativa per Nyong’o. Anche Clitennestra, interpretata dalla stessa Nyong’o, riceve un trattamento specifico.

La scelta del porpora di Tiro, colore storicamente associato a un processo di tintura estremamente laborioso e a materiali di grande valore, serve a differenziarla visivamente da Elena e a sottolinearne la posizione. Secondo quanto riportato da British Vogue, la produzione di un solo grammo di questa particolare tintura poteva richiedere fino a 12.000 molluschi. Il colore diventa così un elemento di caratterizzazione sociale e simbolica, non una semplice scelta cromatica.

Penelope, interpretata da Anne Hathaway, segue invece un principio differente. La sua permanenza a Itaca viene tradotta attraverso variazioni sottili delle silhouette, modifiche nella stratificazione dei tessuti e l’utilizzo dei colori del palazzo. Se Odisseo cambia attraverso il movimento, Penelope racconta la propria evoluzione attraverso la resistenza e la capacità di conservare un regno. Mirojnick costruisce quindi due percorsi visivi complementari: quello di un uomo che attraversa il mondo e quello di una donna costretta a rimanere in un luogo che deve continuare a proteggere.
Un sistema visivo per ogni personaggio
La stessa attenzione emerge nella costruzione degli altri ruoli. I pretendenti di Penelope, per esempio, utilizzano bronzi più luminosi e decorazioni elaborate, attraverso cui manifestano ambizione e desiderio di potere. Le divinità seguono invece una logica più legata alla propria natura: Atena, interpretata da Zendaya, viene caratterizzata attraverso una maggiore essenzialità, mentre l’abbigliamento di Calipso richiama un rapporto più diretto con l’ambiente naturale. Circe presenta elementi che rimandano agli oggetti e ai manufatti raccolti attraverso i suoi incontri con i viaggiatori.

E’ proprio questa differenziazione a rendere il lavoro di Mirojnick particolarmente significativo. Non esiste un unico modello estetico applicato indistintamente a tutto il cast, ma un sistema di codici che permette di riconoscere immediatamente provenienza, condizione e funzione narrativa dei personaggi. Il costume diventa così una componente strutturale del world-building di Nolan. Nel complesso, Odissea conferma una caratteristica centrale del metodo di Mirojnick: la capacità di affrontare produzioni di grande scala senza sacrificare la dimensione individuale dei personaggi. Il suo contributo non si misura soltanto nel numero dei costumi realizzati, ma nella coerenza con cui materiali, lavorazioni e scelte di design vengono messi al servizio della narrazione.
CAREER & RECOGNITION: La candidatura agli Oscar per Oppenheimer rappresenta uno dei risultati più importanti della carriera recente di Ellen Mirojnick. Nel 2024 la costumista ha ottenuto la sua prima nomination agli Academy Awards nella categoria Migliori costumi, entrando ufficialmente nel gruppo dei professionisti riconosciuti dall’industria cinematografica per il proprio contributo alla costruzione visiva di un film. Il riconoscimento ha avuto un significato particolare perché Oppenheimer non era un progetto caratterizzato da un’estetica spettacolare nel senso tradizionale del termine. Il lavoro di Mirojnick si basava soprattutto sulla ricostruzione di un determinato contesto storico, sulla differenziazione sociale dei personaggi e sulla capacità di rappresentare attraverso l’abbigliamento il passaggio tra epoche e ambienti differenti. La produzione, con circa mille costumi, dimostrava come anche un design relativamente sobrio potesse avere una forte identità cinematografica.

Dal fantasy alla ricostruzione storica: una carriera segnata da premi e riconoscimenti
Il rapporto con i Costume Designers Guild Awards – i premi del sindacato di categoria -costituisce un ulteriore elemento di prestigio, Mirojnick ha ricevuto complessivamente 10 candidature e 3 vittorie nelle diverse categorie del sindacato, oltre al Career Achievement Award assegnatole nel 2016, riconoscimento che celebra il contributo complessivo alla professione. La sua carriera testimonia una versatilità particolarmente significativa. Tra i risultati più importanti figura la vittoria per Maleficent: Mistress of Evil, produzione fantasy nella quale il costume assume una funzione determinante nella definizione dell’universo visivo. A questa si aggiungono i riconoscimenti per Behind the Candelabra, miniserie televisiva che le ha procurato importanti successi anche nel circuito degli Emmy, e per The Knick, progetto nel quale la ricostruzione d’epoca richiedeva una ricerca particolarmente accurata. Nel suo percorso trovano spazio anche candidature per produzioni molto differenti, da The Greatest Showman alla prima stagione di Bridgerton, a conferma della capacità di passare dal musical alla serialità contemporanea, dal fantasy al dramma storico.
Ellen Mirojnick: Odissea, una sfida tra complessità tecnica e originalità estetica
Odissea presenta una combinazione di elementi particolarmente favorevoli: la dimensione produttiva, la varietà dei personaggi, la complessità delle ambientazioni e la necessità di costruire un universo visivo coerente offrono a Ellen Mirojnick un materiale creativo estremamente ricco. Il primo punto di forza è la natura stessa del progetto. L’adattamento di Nolan non si limita a riproporre un immaginario mitologico già conosciuto, ma cerca di ridefinirne i codici estetici. La scelta di allontanarsi dal peplum tradizionale, attraverso un utilizzo particolare del bronzo, del lino e della pelle, rappresenta una precisa dichiarazione artistica. È un elemento che potrebbe risultare particolarmente interessante per i membri del ramo dei costumisti, chiamati a valutare non soltanto la bellezza degli abiti, ma anche la qualità della ricerca, l’originalità delle soluzioni e il contributo del reparto alla costruzione del film. Il secondo elemento riguarda la complessità tecnica. Oltre 5.300 costumi, armature elaborate, lavorazioni sui materiali, differenziazione delle corti e costruzione di identità visive per personaggi umani e divinità costituiscono un insieme di difficoltà produttive considerevole. La realizzazione dei costumi di Elena, il peso delle strutture metalliche, il trattamento delle superfici e l’evoluzione dell’abbigliamento di Odisseo rappresentano esempi concreti di un lavoro che combina ricerca, artigianato e progettazione.

Esiste tuttavia un elemento da considerare. Le prime reazioni ai costumi, soprattutto quelle rivolte all’armatura di Agamennone, hanno evidenziato come la scelta di reinterpretare l’antichità possa risultare divisiva. Ma proprio questa distanza costituisce anche una delle caratteristiche più riconoscibili del progetto: la vittoria dipenderà dalla capacità del film di dimostrare che tali scelte rispondono a un sistema estetico coerente. Il punto decisivo è che Mirojnick non deve semplicemente dimostrare di aver realizzato i costumi di un kolossal: deve spiegare come abbia costruito un linguaggio visivo originale per un universo che il cinema ha rappresentato innumerevoli volte. Per gli Academy Awards, Odissea potrebbe rappresentare una delle proposte più complete della categoria: prestigio autoriale, difficoltà tecnica, ambizione produttiva e una ricerca estetica che non si limita a ricostruire il passato, ma prova a reinventarlo.
Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog






