Oscar 2027: i 15 migliori registi da tenere d’occhio (previsioni luglio)

La corsa all’Oscar 2027 per la Miglior Regia vede in cima ai favoriti Christopher Nolan con The Odyssey, affiancato da Denis Villeneuve per Dune: Messiah, sostenuto dalla narrativa del risarcimento storico. La sorpresa internazionale è rappresentata dal duo Javier Ambrossi e Javier Calvo con La bola negra, in una competizione ricca di grandi autori, veterani dell’industria e registi emergenti

La Best Director conversation per gli Oscar 2027 sembra avere già un nome in cima alla lista dei favoriti: Christopher Nolan. Dopo la consacrazione definitiva con la vittoria per Oppenheimer, il regista britannico torna nella Awards Season con The Odyssey, un progetto monumentale che sulla carta possiede tutti gli elementi per dominare la categoria. L’ambizione dell’opera, la scala produttiva, il prestigio culturale del materiale di partenza e il rapporto ormai consolidato con Universal Pictures costruiscono una narrativa quasi perfetta per l’Academy: quella del maestro contemporaneo capace di unire spettacolo cinematografico e visione autoriale. Nolan non arriva più alla corsa come un autore in attesa di riconoscimento, ma come un filmmaker nel pieno della propria influenza, sostenuto da un momentum industriale difficilmente replicabile.

Il principale rivale, tuttavia, potrebbe essere Denis Villeneuve con Dune: Messiah. Se Nolan rappresenta la continuità del trionfo, Villeneuve incarna la grande narrativa del risarcimento storico. Nonostante il successo straordinario dei primi due capitoli di Dune, entrambi accolti come eventi cinematografici e premiati nelle categorie tecniche, la Directors Branch ha clamorosamente escluso il regista canadese dalla cinquina per la Miglior Regia sia nel 2022 sia nel 2024. Una doppia omissione che ha lasciato uno dei più rispettati autori contemporanei senza il riconoscimento più ambito della sua carriera. Il capitolo conclusivo della trilogia rappresenta quindi per l’Academy l’occasione ideale per correggere quella che molti nell’industria hanno percepito come un’assenza inspiegabile, celebrando un filmmaker che ha ridefinito il rapporto tra blockbuster e cinema d’autore nel XXI secolo.

Ma la forza di questa categoria non risiede soltanto nei grandi nomi già affermati. Una delle variabili più interessanti potrebbe arrivare dal cinema internazionale, con Javier Ambrossi e Javier Calvo pronti a trasformarsi nella sorpresa più affascinante della stagione grazie a La bola negra. Il duo spagnolo, dopo il trionfo al Festival di Cannes con il Prix de la mise en scène, porta un’opera che ha rapidamente conquistato lo status di film rivelazione dell’anno e che appare destinata a rappresentare la Spagna nella corsa al Miglior Film Internazionale. In una categoria storicamente sensibile ai grandi autori premiati nei festival, il loro percorso potrebbe ricordare quelle campagne capaci di trasformare un successo critico in una candidatura nelle categorie principali.

Alle spalle di questi tre poli narrativi si muove una competizione estremamente ricca di profili differenti: veterani alla ricerca di un nuovo riconoscimento come Alejandro González Iñárritu, Martin McDonagh e Tony Gilroy; registi sostenuti da potenti comeback narrative come Danny Boyle e Olivia Wilde; e filmmaker emergenti o in fase di consacrazione come Jesse Eisenberg e Georgia Oakley. A determinare gli equilibri saranno ancora una volta il festival buzz, la risposta della critica e la capacità degli studios di costruire campagne efficaci. Universal, Warner Bros., Netflix, NEON, Searchlight, A24, Focus Features e Amazon MGM arrivano alla stagione con strategie diverse, ma tutte consapevoli che nella categoria della Miglior Regia il prestigio personale del regista può essere decisivo quanto il film stesso.

La corsa, dunque, parte con un frontrunner evidente ma rimane aperta: Nolan ha il vantaggio del consenso, Villeneuve possiede la narrativa della consacrazione mancata e Ambrossi e Calvo rappresentano il tipo di dark horse internazionale capace di cambiare completamente la conversazione Oscar.

PREVISIONI LUGLIO 2025 VS OSCAR 2026

Lo scorso anno 4 registi su 5 che ho indicato nelle previsioni di luglio 2025 hanno ottenuto successivamente la nomination all’Oscar: Chloé Zhao (Hamnet) (8°), Paul Thomas Anderson (One Battle After Another) (4°) (WINNER), Ryan Coogler (Sinners) (2°), Joachim Trier (Sentimental Value) (1°).

Ecco di seguito una potenziale graduatoria sui registi che hanno più chance di entrare nella prossima Stagione dei Premi.

Allora, occhio alla lista!

15. Lee Chang-dong – Possible Love (Netflix)

Lee Chang-dong è uno dei maestri indiscutibili e più rispettati del cinema sudcoreano e internazionale. Autore di capolavori acclamati nei principali festival di tutto il mondo — dal Leone d’Argento per la regia a Venezia con Oasis (2002) al Prix du scénario a Cannes con Poetry (2010), fino al successo critico monumentale di Burning (2018), primo storico titolo coreano a entrare nella shortlist degli Oscar — il regista rappresenta quell’archetipo di autore che vanta un enorme prestigio intellettuale all’interno dell’industria. A ben otto anni dal suo ultimo lavoro, Lee Chang-dong torna con Possible Love, un dramma corale e intimo che segue le vite intrecciate di quattro sconosciuti costretti a confrontarsi con le fragilità dell’amore e dell’impegno. La traiettoria di Possible Love nella Awards Race poggia su fondamenta eccezionalmente solide. La selezione in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia garantisce al film il lancio ideale per generare un immediato festival buzz, posizionandolo fin da subito come il candidato più naturale a rappresentare la Corea del Sud nella corsa all’Oscar per il Miglior Film Internazionale.

A fare la differenza sarà il supporto strategico di Netflix, la cui macchina distributiva nella seconda metà dell’anno darà al progetto una visibilità planetaria, fondamentale per raggiungere capillarmente i votanti dell’Academy. In un’epoca in cui l’Academy ha dimostrato un’apertura senza precedenti verso i grandi autori globali, la candidatura di Lee Chang-dong alla Miglior Regia non rappresenterebbe soltanto una scelta di puro prestigio artistico, ma l’omaggio doveroso a una carriera leggendaria. Se il responso critico di Venezia e dei successivi festival d’autunno (come Toronto) dovessero confermarlo come uno dei titoli emotivamente più potenti della stagione, Possible Love potrebbe travalicare i confini della categoria internazionale, trasformando Lee Chang-dong in una delle sorprese più autorevoli e competitive dell’anno

PUNTI DI FORZA

  • Grandissimo prestigio nel cinema internazionale.
  • Netflix come supporto globale alla campagna.
  • Possibile sostegno dell’International Branch.
  • Narrativa da autore da consacrare.
  • Forte credibilità presso la critica.
  • Dark horse della stagione.

14. Danny Boyle – Ink (Netflix)

Vincitore dell’Oscar per The Millionaire, Danny Boyle si riprende con forza un posto di rilievo nella Awards Season grazie a Ink, adattamento cinematografico curato da James Graham a partire dalla sua acclamata opera teatrale del 2017. Prodotto da StudioCanal, Media Res e House Productions — e nato dalla riunione strategica tra Boyle e la produttrice Tessa Ross —, il film segna il ritorno del regista britannico a un grande affresco biografico e ritmato, forte di quella regia dinamica e viscerale che ha sempre caratterizzato il suo stile cinematografico. Il film ricostruisce l’ascesa al potere di un giovane e ambizioso Rupert Murdoch (Guy Pearce) nella Londra del 1969 e la sua alleanza con l’anticonformista direttore Larry Lamb (Jack O’Connell) per trasformare il quotidiano in crisi The Sun nel più aggressivo e venduto tabloid del pianeta. Tra colpi di scena, satira e tensione etica, Boyle esplora la nascita del moderno giornalismo d’intrattenimento, del clickbait e della spettacolarizzazione dell’informazione, avvalendosi anche dell’interpretazione di Claire Foy.

L’itinerario stagionale di Ink parte sotto i migliori auspici: il film è stato infatti selezionato come film d’apertura in Concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, seguito da una prestigiosa proiezione al Toronto International Film Festival (TIFF). Questo doppio passaggio autunnale garantisce a Boyle una piattaforma di massimo livello per generare un immediato critical buzz. Per l’Academy, la candidatura di Boyle rappresenterebbe la celebrazione della maturità artistica di un regista capace di coniugare il ritmo da “montagna russa cinematografica” con una riflessione bruciante sulle origini dei media contemporanei. Se Ink saprà conquistare le giurie e la critica internazionale nel circuito dei festival, Danny Boyle potrebbe rapidamente trasformarsi in uno dei contendenti più insidiosi e accattivanti per la cinquina della Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • Già vincitore di un Oscar per la Miglior Regia.
  • Regista con enorme riconoscimento internazionale.
  • Netflix con forte capacità di campaigning.
  • Possibile narrativa da veterano.
  • Ampia esperienza nei generi cinematografici.
  • Potenziale late breaker.

13. Olivia Wilde – The Invite (A24)

Dopo il percorso tortuoso e polarizzante di Don’t Worry Darling, Olivia Wilde si riaffaccia con decisione nella Awards Season grazie a The Invite, una prova di maturità drammaturgica e registica distribuita da A24. Avendo già dato prova della sua grande abilità nel dirigere cast corali e nel ritrarre le dinamiche umane con brio e precisione in Booksmart, Wilde sceglie questa volta una camera oscura ipnotica e feroce, un chamber piece che le offre la spinta ideale per costruirsi una solida comeback narrative agli Oscar. In una categoria storicamente complessa ma sempre più aperta al riconoscimento di una nuova generazione di autrici, la posizione di Wilde trae un vantaggio strategico decisivo dall’alleanza con A24, studio maestro nel trasformare la reputazione di un autore in un concreto slancio per la stagione dei premi. La narrazione prende forma attorno a Joe (Seth Rogen) e Angela (interpretata dalla stessa Wilde), una coppia sull’orlo di un collasso emotivo e matrimoniale. Quella che dovrebbe essere una formale cena di cortesia tra vicini con la coppia del piano di sopra — formata dagli enigmatici ed estroversi personaggi di Penélope Cruz ed Edward Norton — devia rapidamente verso una trappola relazionale ad alta tensione. Mentre le convenzioni sociali si sgretolano brindisi dopo brindisi, il salotto si trasforma in un’arena in cui emergono rancori decennali, fallimenti personali e inespresse insicurezze sessuali. Wilde orchestra un gioco al massacro raffinato che affronta le patologie della modernità, esplorando con sguardo clinico ma empatico la codipendenza, il senso di stanchezza esistenziale e la FOMO (Fear of Missing Out) affettiva, dove il confronto con gli altri agisce da specchio deformante per le proprie crepe.

Dal punto di vista della messa in scena, il film dimostra la capacità di Wilde di muoversi nel solco dei grandi classici del teatro del conflitto claustrofobico. The Invite attinge a piene mani dall’architettura della “trappola sociale” di Carnage di Roman Polanski — dove la facciata di civiltà borghese si dissolve rivelando la natura animalesca dei protagonisti in un meccanismo comico e drammatico dai tempi millimetrici — e dalla distruzione metodica della coppia vista in Chi ha paura di Virginia Woolf? di Mike Nichols. Come nel capolavoro tratto da Edward Albee, il dialogo spietato e la crudeltà verbale usata davanti a testimoni diventano per Joe e Angela l’ultimo, disperato tentativo di contatto. Questa abilità nel bilanciare la satira graffiante con un’umanità dolente rende The Invite molto più di un semplice caso mediatico. Se il film saprà mantenere l’entusiasmo della critica lungo l’autunno, il talento dimostrato da Olivia Wilde nel guidare quattro interpreti di enorme rilievo attraverso una prova attoriale così viscerale potrebbe proiettarla direttamente nel radar dell’Academy, trasformando il suo ritorno dietro la macchina da presa in una delle candidature più affascinanti della categoria Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • Forte riconoscibilità nell’industria.
  • A24 come partner ideale per cinema d’autore contemporaneo.
  • Possibile narrativa di ritorno.
  • Interesse verso le registe della nuova generazione.
  • Attualmente profilo da dark horse.

12. Ryūsuke Hamaguchi – All of a Sudden (NEON)

A pochi anni dallo straordinario trionfo agli Oscar con Drive My Car — culminato nella vittoria per la Miglior Sceneggiatura Non Originale e nella storica candidatura alla Miglior Regia —, Ryūsuke Hamaguchi si riafferma come una delle voci più autorevoli e solide del panorama cinematografico globale. Con il suo nuovo lavoro, All of a Sudden (Kyū ni guai ga waruku naru), il regista giapponese firma la sua prima opera d’ambientazione internazionale e in lingua francese, un dramma d’autore di enorme spessore emotivo che trova la spinta ideale nella partnership strategica con NEON per la stagione dei premi. Lo studio, celebre per aver trasformato opere d’autore internazionali in fenomeni da statuetta, offre ad Hamaguchi la piattaforma perfetta per alimentare una narrativa di campagna fondata sul riconoscimento della sua piena maturità artistica presso l’Academy. Liberamente tratto dal commovente carteggio del 2019 tra la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa Maho Isono, il film segue Marie-Lou (Virginie Efira), direttrice di una casa di riposo nella periferia di Parigi che lotta per preservare un approccio umano ed empatico verso i suoi pazienti in un sistema burocratico e privo di risorse. La sua prospettiva cambia radicalmente dopo l’incontro con Mari (Tao Okamoto), un’intensa regista teatrale giapponese giunta in Francia la cui personalità e creatività riaccendono in Marie-Lou la passione per il proprio lavoro.

Dal punto di vista strategico nella Awards Race, All of a Sudden vanta già un avvio stagionale straordinario. Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film ha conquistato la critica e si è aggiudicato il prestigioso Prix d’interprétation féminine ex aequo per Virginie Efira e Tao Okamoto. Questo trionfo sulla Croisette, unito all’altissima probabilità che il film venga designato come candidato ufficiale del Giappone nella categoria Best International Feature Film, posiziona Hamaguchi in una collocazione privilegiata. Il suo stile registico — caratterizzato da una misura calibrata, da un’esplorazione filosofica della fragilità e da una straordinaria direzione degli attori — beneficia del fortissimo supporto dell’International Branch dell’Academy, da sempre sensibile alle opere dalla spiccata identità autoriale. Pur non partendo come l’unico frontrunner di una categoria tradizionalmente affollata dai grandi nomi hollywoodiani, Ryūsuke Hamaguchi si attesta come uno dei candidati alternativi più affidabili e insidiosi della stagione. Il prestigio d’autore raccolto nei festival, unito alla forza distributiva di NEON e alla capacità di toccare corde umane universali, potrebbe facilmente garantirgli quel consenso critico e di settore necessario per conquistare una nuova, prestigiosa nomination alla Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • Vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura.
  • Precedente candidatura alla Miglior Regia.
  • NEON tra gli studi più efficaci nelle campagne internazionali.
  • Forte prestigio critico.
  • Possibile sostegno dell’International Branch.
  • Profilo da critical darling.

11. Jesse Eisenberg – The Debut (A24)

Dopo l’acclamata consacrazione agli Oscar come sceneggiatore per A Real Pain, Jesse Eisenberg si affaccia alla Awards Season con un profilo di rara versatilità e un’attenzione di settore senza precedenti. Con The Debut — commedia musicale nerissima da lui scritta, diretta, coprodotta e persino impreziosita dalle sue stesse composizioni musicali (con score firmato dal candidato all’Oscar Emile Mosseri) —, Eisenberg dimostra la propria evoluzione da attore hollywoodiano di primo piano ad artista e regista completo. Il sostegno di A24, studio celebre per la capacità di lanciare sguardi autoriali originali e trasformare produzioni intime in grandi protagoniste della Stagione dei premi, garantisce al film la rampa di lancio ideale verso i massimi riconoscimenti. La storia ruota attorno a una donna estremamente timida (Julianne Moore) che viene inaspettatamente scelta come protagonista per la produzione locale di un ambizioso musical originale. Caduta sotto il fascino ipnotico e manipolatorio di un regista teatrale volitivo ed enigmatico (interpretato dallo stesso Eisenberg), la donna finisce per perdersi nel ruolo e nelle dinamiche ossessive di una compagnia teatrale di provincia. Il film schiera un cast corale d’eccezione che affianca a Moore ed Eisenberg calibri del calibro di Paul Giamatti, Halle Bailey, Bernadette Peters, Havana Rose Liu e Colton Ryan.

L’itinerario strategico di The Debut è studiato nei minimi dettagli per massimizzare l’impatto nella Awards Race: il film farà la sua attesissima anteprima mondiale al Toronto International Film Festival (TIFF) nel mese di settembre, la culla ideale per raccogliere il primo critical acclaim, prima di arrivare nelle sale statunitensi l’11 dicembre 2026 nel pieno della finestra degli Oscar. La produzione vede inoltre coinvolti nomi di primissimo piano dell’industria come Emma Stone e Dave McCary con la loro Fruit Tree. In una categoria tradizionalmente aperta alle sorprese e attratta dai registi capaci di dirigere con brillantezza cast corali complessi, la candidatura di Jesse Eisenberg alla Miglior Regia farebbe leva su una potente narrativa personale. Se il riscontro critico tra Toronto e le proiezioni invernali saprà confermare la sensibilità e la graffiante intelligenza registica già dimostrate nelle sue prime prove dietro la macchina da presa, Eisenberg potrebbe trasformarsi nell’outsider più brillante e insidioso dell’intera competizione.

PUNTI DI FORZA

  • Attore e autore con crescente credibilità nell’industria.
  • A24 forte nel sostenere filmmaker emergenti.
  • Possibile narrativa da breakout director.
  • Interesse della critica verso gli attori diventati registi.
  • Potenziale sleeper contender.
  • Dipenderà fortemente dal festival buzz.

10. Paweł Pawlikowski – Fatherland (MUBI)

Vincitore dell’Oscar per il Miglior Film Internazionale con Ida e candidato alla Miglior Regia per Cold War (film che gli valse ben tre nomination complessive nel 2019), Paweł Pawlikowski si riconferma uno dei registi europei più ammirati e accreditati presso l’Academy. Con Fatherland, affascinante dramma storico girato in un rigoroso ed elegante bianco e nero, il maestro polacco affronta una delle pagine più intime e complesse del dopoguerra europeo. Sostenuto dalla distribuzione di MUBI sui mercati internazionali e da un’importante coproduzione che coinvolge Polonia, Germania, Italia e Francia, Pawlikowski vanta una credibilità istituzionale e autoriale capace di intercettare il favore dell’International Branch dell’Academy e dei votanti più sensibili al cinema d’autore. La narrazione si colloca nel 1949 e segue il leggendario scrittore tedesco Thomas Mann mentre fa ritorno in patria per la prima volta dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler. Insieme alla figlia Erika, Mann intraprende un viaggio in auto che lo porta da Francoforte sul Meno (nella Germania Ovest) fino a Weimar (nella Germania Est), attraversando una nazione ancora visceralmente segnata dalle macerie materiali e morali della Seconda guerra mondiale. Il viaggio si trasforma in un’intensa riflessione sulle ferite del Novecento, sulla memoria, sulla responsabilità dell’intellettuale e sull’identità di un Paese diviso.

Il percorso di Fatherland nella Awards Season ha già toccato una tappa fondamentale con la presentazione in concorso al Festival di Cannes 2026, dove Pawlikowski ha conquistato il prestigioso Prix de la mise en scène (Miglior Regia). Questo importante trionfo sulla Croisette, sommato al quasi certo designamento del film come rappresentante ufficiale della Polonia nella corsa all’Oscar al Best International Feature Film, inserisce l’opera tra i contendenti più solidi e temibili della stagione. Sebbene la sfida per MUBI sarà quella di competere con la potenza di fuoco dei grandi studios tradizionali hollywoodiani nelle categorie principali, Pawlikowski incarnerà perfettamente la figura del critical darling europeo. Se il film saprà mantenere l’impatto emotivo ed estetico dimostrato nei festival, la sua regia virtuosa potrebbe scavalcare i confini della sola categoria internazionale, regalando a Paweł Pawlikowski un’altra autorevolissima nomination nella cinquina per la Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • Vincitore dell’Oscar per il Film Internazionale.
  • Precedente candidatura alla Miglior Regia.
  • Forte prestigio nei festival internazionali.
  • Possibile sostegno dell’International Branch.
  • Identità autoriale molto riconoscibile.
  • Potenziale critical darling della stagione.

9. Georgia Oakley – Sense and Sensibility (Focus Features)

Dopo il folgorante esordio con Blue Jean — opera acclamata dalla critica che ha rivelato un talento raro nell’esplorare l’identità, il desiderio e il rigore sociale —, Georgia Oakley compie il grande salto nel cinema d’alto profilo d’epoca facendosi strada nella Best Director race con una nuova, sofisticata rilettura di Sense and Sensibility. Sostenuta da Focus Features, lo studio per eccellenza nella cura e nel posizionamento dei drammi in costume a vocazione Oscar (da Pride & Prejudice ad Atonement), la regista britannica affronta uno dei capolavori più amati di Jane Austen con la promessa di infondere una sensibilità visiva e psicologica del tutto contemporanea. L’operazione guidata da Oakley e Focus Features si muove su un terreno strategico di grande tradizione per l’Academy. Il cinema in costume non è mai una mera scelta scenografica per gli Oscar: quando sorretto da una regia rigorosa, audace e capace di interrogare i costrutti morali delle sue protagoniste, il genere sa trasformarsi in un vero catalizzatore di candidature (si pensi al lavoro di Greta Gerwig con Little Women).

Oakley si inserisce in questa nicchia con l’obiettivo di evitare l’effetto “cartolina d’epoca”, lavorando su una messa in scena viscerale, sulla recitazione d’insieme e sulla tensione silenziosa tra la ragione e il sentimento. Per la giovane autrice, la candidatura alla Miglior Regia rappresenterebbe la consacrazione definitiva nell’élite del cinema internazionale, posizionandola come una delle punte di diamante della nuova generazione di filmmaker donne sostenute dall’Academy. La vera scommessa di Focus Features consisterà nel plasmare una campagna che elevi il film da “elegante adattamento di prestigio” a “opera d’autore imprescindibile”. Se la pellicola raccoglierà recensioni entusiaste da parte della critica specializzata, Georgia Oakley potrebbe accumulare una spinta travolgente, trasformandosi nella vera breakout contender e nell’outsider più temibile dell’intera Stagione dei premi.

PUNTI DI FORZA

  • Focus Features storicamente forte nel cinema d’autore.
  • Materiale letterario con grande riconoscibilità.
  • Possibile breakout narrative per la regista.
  • Potenziale appeal internazionale.
  • Genere spesso apprezzato dall’Academy.
  • Dipendenza dal festival buzz e dalla risposta critica.

8. Tony Gilroy – Behemoth! (Searchlight Pictures)

Sceneggiatore di enorme influenza e autore dalla mano affilata, Tony Gilroy appartiene a quella ristretta cerchia di maestri del cinema la cui statura è profondamente venerata dall’industria hollywoodiana. Già due volte candidato all’Oscar per la regia e la sceneggiatura del capolavoro Michael Clayton, Gilroy si affaccia alla Awards Season con Behemoth!, una vibrante lettera d’amore al mondo delle colonne sonore ambientata a Los Angeles. Distribuito da Searchlight Pictures, lo studio leader nelle campagne di valorizzazione dei grandi veterani, il film offre a Gilroy la rampa di lancio ideale per alimentare una potente career Oscar narrative, celebrando il talento di un autore rispettato da decenni che non ha mai ancora sollevato la statuetta. La narrazione ruota attorno alle vicende di Alex Serian (interpretato da un intenso Pedro Pascal), un musicista dal talento cristallino ma tormentato, che appartiene a una leggendaria dinastia di compositori. Dopo un lungo periodo di assenza, Alex fa ritorno a Los Angeles per tuffarsi nuovamente nel frenetico, spietato e competitivo universo delle colonne sonore cinematografiche.

Il suo viaggio professionale si trasforma rapidamente in un’intima ed emozionante ricerca d’identità, nel disperato tentativo di trovare una propria voce artistica autonoma affrancandosi dall’ingombrante eredità familiare, mentre sullo sfondo una Città degli Angeli patinata e frenetica respira al ritmo di spartiti e sessioni d’incisione. Ad arricchire l’opera contribuisce un cast di altissimo livello con Will Arnett e Olivia Wilde, sostenuto da una straordinaria colonna sonora collettiva curata da nove maestri del settore, tra cui il premio Oscar Alan Silvestri. Per l’Academy — e in particolare per il ramo dei registi e dei musicisti — Behemoth! rappresenta il tipo di progetto viscerale e cinefilo impossibile da ignorare. La regia di Gilroy promette di bilanciare il dramma umano con una radiografia meticolosa delle dinamiche hollywoodiane, trasformando la composizione musicale in un vero e proprio personaggio cinematografico. Se la pellicola saprà costruire un percorso festivaliero solido e conquistare l’entusiasmo della critica specializzata, il prestigio personale di Tony Gilroy e la forza distributiva di Searchlight Pictures potrebbero rapidamente proiettarlo tra i candidati d’autore più temibili e rispettati per la cinquina della Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • Grande reputazione nell’industria cinematografica.
  • Precedenti candidature agli Oscar come sceneggiatore.
  • Searchlight storicamente forte nelle campagne.
  • Possibile narrativa da carriera.
  • Forte rispetto della comunità cinematografica.

7. Phil Lord e Christopher Miller – Project Hail Mary (Amazon MGM Studios)

Phil Lord e Christopher Miller rappresentano uno dei sodalizi creativi più geniali, imprevedibili e influenti della Hollywood contemporanea. Storicamente associati alla commedia dissacrante e al cinema d’animazione — ambito in cui hanno ridefinito gli standard estetici e narrativi mondiali grazie al fenomeno Spider-Man: Into the Spider-Verse (vincitore dell’Oscar per il Miglior Film d’Animazione) —, il duo affronta ora la scommessa più imponente e ambiziosa della propria carriera con Project Hail Mary. Sostenuti dalla forza produttiva e distributiva di Amazon MGM Studios, Lord e Miller firmano un’epopea sci-fi su altissima scala, dimostrando una matura capacità di dominare le categorie principali dell’Academy e di coniugare il grande spettacolo d’intrattenimento con una spiccata sensibilità autoriale. Tratto dall’omonimo e acclamato romanzo di Andy Weir (già autore de Il Sopravvissuto – The Martian), il film vede protagonista Ryan Gosling nei panni di Ryland Grace, un insegnante di scienze trasformato in astronauta che si risveglia da un coma a bordo di una navicella spaziale senza alcun ricordo della propria identità né della propria missione. Man mano che la memoria affiora, Grace scopre di essere l’unico sopravvissuto di un viaggio disperato verso il sistema solare di Tau Ceti: la sua missione è trovare il modo di arrestare un evento d’estinzione globale che sta spegnendo il Sole, salvando così l’umanità dall’annientamento.

La corsa del film nella Awards Season ha già incassato un endorsement fondamentale: agli Astra Midseason Movie Awards 2026 — i prestigiosi riconoscimenti creati per celebrare il meglio del cinema distribuito nelle sale e in streaming durante i primi sei mesi dell’anno solare —, Project Hail Mary ha infatti trionfato conquistando il premio come Miglior Film e incoronando Phil Lord e Chris Miller per la Miglior Regia. Questo doppio riconoscimento estivo inserisce la pellicola in un solco narrativo e strategico di primo piano, trasformando il film nel primo vero frontrunner e punto di riferimento tecnico della stagione. L’operazione guidata da Lord e Miller si inserisce in un solco strategico di enorme successo per la Awards Race. Se in passato il genere fantascientifico faticava ad affermarsi nella categoria della Miglior Regia, l’Academy ha dimostrato negli ultimi anni una straordinaria ricettività verso i registi capaci di dirigere kolossal concettuali e di profonda presa emotiva. Lord e Miller portano sul tavolo una regia dall’inventiva visiva vertiginosa, integrando effetti visivi all’avanguardia con un’intima ed empatica gestione delle interpretazioni. Per i due autori, la campagna Oscar si fonda su una potente visionary auteur narrative: il riconoscimento definitivo da parte dei rami creativi dell’Academy a una coppia di filmmaker per anni considerata “pop” o relegata al mondo animato, ma rivelatasi fondamentale nell’evoluzione del linguaggio cinematografico moderno. Con il primo importante volano dei Midseason Awards e il totale sostegno finanziario e mediatico di Amazon MGM Studios —, se Project Hail Mary saprà mantenere l’impatto critico fino alle ultime tappe della Stagione dei premi, Phil Lord e Christopher Miller potrebbero accaparrarsi di diritto un posto nella prestigiosa cinquina per la Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • Registi con forte identità creativa e riconoscibilità.
  • Potenziale trasformazione da blockbuster a contender.
  • Amazon MGM in crescita nelle campagne Awards.
  • Possibile narrativa da “riconoscimento tardivo”.
  • Grande appeal presso il pubblico.
  • Possibile sleeper contender della stagione.

6. Alejandro G. Iñárritu – Digger (Warner Bros.)

Pochissimi registi nella storia moderna del cinema vantano una posizione di tale assoluto prestigio all’interno dell’Academy come Alejandro González Iñárritu. Capace di compiere l’impresa leggendaria di vincere due Oscar consecutivi per la Miglior Regia con Birdman (2015) e The Revenant (2016) — impresa riuscita prima di lui soltanto a giganti del calibro di John Ford e Joseph L. Mankiewicz —, il maestro messicano torna al centro della Awards Season con Digger. Sostenuto dalla potenza di fuoco di Warner Bros. Pictures, Iñárritu firma un’opera monumentale ad alto impatto mediatico e concettuale, pensata per trasformare ogni proiezione in un evento cinematografico imprescindibile e confermare la sua natura di vero e proprio catalizzatore di statuette. In Digger, Iñárritu dirige un cast stellare guidato da un irriconoscibile Tom Cruise nei panni di un magnate megalomane travolto dalla propria rovina, affiancato da Sandra Hüller, John Goodman e Jesse Plemons. La pellicola unisce la satira graffiante e viscerale sulle derive del potere e dell’ambizione umana all’inconfondibile maestria tecnica e visiva che caratterizza la cinematografia del regista, capace di spingere i propri attori verso performance estreme, fisiche e da vittoria dell’Oscar.

Dal punto di vista della Awards Race, la posizione di Iñárritu è quella del frontrunner naturale per antonomasia. Il suo nome possiede un peso specifico enorme all’interno della Directors Branch dell’Academy, un ramo storicamente propenso a premiare i maestri visionari capaci di dominare il linguaggio visivo con audacia e rigore formale. L’alleanza strategica con Warner Bros. garantisce al film una copertura globale imponente e una presenza capillare durante la fase più calda della campagna autunnale ed invernale. Per Iñárritu, la narrativa di campagna si articola attorno alla figura del respected industry veteran: non un semplice ritorno di routine per un autore già pluripremiato, ma la riaffermazione di una forza creativa dominante capace di reinventarsi e di dettare la linea del cinema d’autore contemporaneo. Se Digger saprà conquistare la critica nei grandi festival e catalizzare l’attenzione del pubblico e dei giurati, Alejandro González Iñárritu potrebbe candidarsi a fare la storia per la terza volta, posizionandosi come l’uomo da battere per la cinquina della Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • Due volte vincitore dell’Oscar per la Miglior Regia.
  • Prestigio internazionale ai massimi livelli.
  • Warner Bros. con forte capacità di campaigning.
  • Narrativa da autore affermato in cerca di una nuova consacrazione.
  • Forte riconoscimento della Directors Branch.
  • Potenziale contender se il film ottiene consenso critico.

5. Cristian Mungiu – Fjord (NEON)

Già entrato nella storia del cinema contemporaneo con la vittoria della Palma d’Oro nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, Cristian Mungiu firma con Fjord il suo definitivo capolavoro, compiendo un’impresa riuscita a pochissimi maestri nella storia: la conquista della sua seconda Palma d’Oro al Festival di Cannes 2026. Questo leggendario bis consacra Mungiu come uno dei registi europei più importanti del secolo e gli regala una spinta d’autore senza precedenti per la Awards Season. Il film trae un’enorme forza strategica dall’acquisizione da parte di NEON, lo studio ormai specializzato nel trasformare i trionfi festivalieri d’oltreoceano in autentici colossi capaci di dominare gli Oscar anche nelle categorie principali. Interpretato da Sebastian Stan e Renate Reinsve, Fjord esplora con tensione morale implacabile lo scontro tra conservatorismo e liberalismo occidentale. La vicenda segue una famiglia rumeno-norvegese che, trasferitasi nei fiordi della Norvegia, viene travolta da un’agghiacciante e complessa controversia burocratica con i servizi di tutela dei minori. Mungiu orchestra un dramma sociale viscerale e clinicamente preciso che interroga i concetti di paternità, sradicamento e giudizio etico, esaltato dalle straordinarie interpretazioni dei suoi due protagonisti.

A fare di Fjord un caso unico e rivoluzionario nella Awards Race è anche l’impatto della nuova normativa dell’Academy: grazie al trionfo del massimo premio sulla Croisette e alla presenza prevalente di dialoghi in rumeno e norvegese, la pellicola beneficia dell’accesso diretto alla selezione per il Miglior Film Internazionale, superando del tutto la necessità di essere designata ufficialmente da una singola nazione ed evitando cortocircuiti burocratici tra i diversi Paesi coproduttori. Questa corsia preferenziale, unita allo status di due volte vincitore della Palma d’Oro e al forte richiamo di due star di rilievo internazionale come Stan e Reinsve, oltre alla sua presenza al Toronto International Film Festival, eleva Mungiu ben oltre i confini del cinema di genere o della sola categoria internazionale. Il maestro rumeno si presenta come il critical darling per eccellenza della stagione, forte dell’ammirazione incondizionata della Directors Branch e dell’International Branch dell’Academy. Se la campagna promozionale di NEON saprà toccare le giuste corde dell’industria d’oltreoceano, Cristian Mungiu ha tutte le carte in regola per conquistare una storica e strameritata candidatura alla Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • Palma d’Oro e prestigio festivaliero consolidato.
  • Uno degli autori europei più rispettati.
  • NEON eccellente nelle campagne Awards.
  • Potenziale forte sostegno della critica.
  • Possibile supporto dell’International Branch.
  • Solido dark horse per la cinquina della regia.

4. Martin McDonagh – Wild Horse Nine (Searchlight Pictures)

Dopo la pioggia di candidature conquistate con Gli spiriti dell’isola (9) e Tre manifesti a Ebbing, Missouri (7), Martin McDonagh torna al centro della Awards Season da autentico gigante del cinema d’autore contemporaneo. Con Wild Horse Nine, il drammaturgo e regista britannico-irlandese firma una nuova, nerissima commedia satirica ad alta tensione geopolitica, ritrovando al suo fianco la corazzata promozionale di Searchlight Pictures. Questa storica partnership — ormai sinonimo di campagne Oscar impeccabili ed estremamente efficaci — posiziona McDonagh e il suo nuovo progetto nei primissimi ranghi dei frontrunner per la Stagione dei premi, sostenuto dalla fiducia cieca di un’Academy che ha più volte dimostrato di adorare la sua cifra stilistica unica. La vicenda si sviluppa alla vigilia del drammatico colpo di stato cileno del 1973. Due agenti della CIA viscerali e complessi, Chris e Lee, vengono inviati dal loro enigmatico capo ufficio MJ in una missione apparentemente periferica da Santiago all’Isola di Pasqua. All’ombra delle iconiche e monumentali statue moai, e mentre i due storici partner si trovano a fare i conti con i risvolti oscuri dei propri passati e con le trame cospirative del presente, un inatteso legame instaurato da Chris con una coppia di studenti ribelli rischia di far deragliare la missione, trasformando quel paradiso remoto in una polveriera.

McDonagh mette in scena un cast corale di straordinario valore e carisma che vanta nomi del calibro di John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Tom Waits, Mariana Di Girolamo, Parker Posey. La corsa del film nella Awards Race entrerà nel vivo con un debutto di massimo prestigio internazionale: Wild Horse Nine sarà infatti presentato in anteprima mondiale in concorso ufficiale alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove contenderà il Leone d’Oro. La vetrina del Lido rappresenta lo slancio perfetto per raccogliere le prime entusiastiche recensioni della critica globale, prima che Searchlight Pictures lanci la pellicola nelle sale britanniche e statunitensi il 6 novembre, posizionandola strategicamente nel cuore della finestra autunnale degli Oscar. Per la Directors Branch dell’Academy, tradizionalmente affascinata dai registi in grado di unire una scrittura dalla precisione millimetrica a una direzione visiva graffiante e personale, McDonagh incarnerà la perfetta master storyteller narrative. L’abilità nel gestire interpreti di primissimo piano in un delicatissimo equilibrio tra tragedia, satira politica e commedia assurda rende la sua visione registica irresistibile. Se l’accoglienza tra Venezia e il debutto in sala confermerà gli alti standard a cui l’autore ha abituato il pubblico, Martin McDonagh si candida con travolgente sicurezza a conquistare una nuova, prestigiosa nomination per la Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • 7 candidature agli Oscar.
  • Regista molto stimato dall’Academy.
  • Searchlight tra gli studi più forti nelle campagne.
  • Filmografia di grande continuità qualitativa.
  • Forte credibilità autoriale.
  • Candidato stabile nelle previsioni iniziali.

3. Javier Ambrossi e Javier Calvo – La bola negra (Netflix)

Dopo anni di affermazione e trionfi nel panorama audiovisivo spagnolo, il duo di registi Javier Ambrossi e Javier Calvo (noti anche come Los Javis) compie il grande salto verso la definitiva consacrazione globale con La bola negra. Il film, sostenuto da un colosso distributivo come Netflix, si posiziona come una delle opere europee più ambiziose e celebrate dell’anno. Dopo lo straordinario trionfo al Festival di Cannes, dove la coppia ha conquistato il prestigioso Prix de la mise en scène, la pellicola prosegue la sua marcia trionfale nel circuito dei grandi festival d’autunno: il film sarà infatti presentato al Toronto International Film Festival (TIFF), vetrina cruciale per consolidare l’entusiasmo della critica nordamericana e proiettarsi al centro della Awards Season. Ispirato sia all’opera teatrale La piedra oscura di Alberto Conejero che all’omonimo romanzo incompiuto di Federico García Lorca, La bola negra intreccia sapientemente tre diverse linee temporali che vanno dal 1932 ai giorni nostri. L’opera affronta con viscerale intensità e rigore estetico i temi dell’identità, della memoria storica e del peso drammatico dell’omofobia nella Spagna del Novecento, legandosi a doppio filo alla figura di Lorca. Ad arricchire una direzione visiva audace contribuisce un cast d’eccezione che vede la presenza di Penélope Cruz, Lola Dueñas, Miguel Bernardeau e il debutto folgorante del cantante Guitarricadelafuente.

Il passaggio da Cannes al palcoscenico di Toronto e il consenso quasi unanime raccolto a livello internazionale rendono la pellicola la scelta del tutto naturale e scontata per rappresentare la Spagna nella corsa all’Oscar per il Miglior Film Internazionale. Con la selezione ufficiale da parte dell’Academia de Cine spagnola ormai ampiamente data per certa, il film potrà beneficiare del volano istituzionale per spingere la propria campagna promozionale anche verso le categorie principali dell’Academy. Per la Miglior Regia, la candidatura del duo rappresenterebbe un fondamentale segnale di rinnovamento generazionale, valorizzando due autori capaci di coniugare il dramma intimo e la memoria storica con un linguaggio visivo moderno e d’impatto. In questo percorso, la spinta di Netflix nell’allestire campagne Oscar di primissimo livello si rivelerà decisiva per trasformare il favore della critica d’oltreoceano in voti concreti. Con il supporto dell’International Branch dell’Academy — da sempre attenta alle opere d’autore premiate nei grandi festival e designate dai rispettivi Paesi —, Ambrossi e Calvo si presentano come una delle sorprese più affascinanti della stagione. Se La bola negra saprà confermare il suo travolgente momentum anche al TIFF, la coppia di registi spagnoli potrebbe farsi strada nella cinquina finale per la Miglior Regia, affiancando la corsa della pellicola verso la candidatura a Miglior Film e le categorie interpretative.

PUNTI DI FORZA

  • Registi emergenti con crescente prestigio internazionale.
  • Forte potenziale festivaliero.
  • Supporto della campagna Netflix.
  • Possibile sostegno dell’International Branch.
  • Profilo autoriale in crescita.
  • Potenziale passion pick della stagione.

2. Denis Villeneuve – Dune: Messiah (Warner Bros.)

Nella storia recente degli Academy Awards, poche omissioni hanno fatto discutere il mondo del cinema quanto la doppia, clamorosa esclusione di Denis Villeneuve dalla cinquina per la Miglior Regia sia per il primo Dune (2021) che per Dune – Parte Due (2024). Nonostante entrambi i capitoli abbiano raccolto una pioggia di nomination e premi tecnici, consacrando il cineasta canadese come uno dei pochi autentici maestri contemporanei capaci di fondere la grande spettacolarità dei blockbuster con un controllo formale e un’ambizione autoriale senza pari, l’Academy ha negato a Villeneuve il riconoscimento più ambito per due volte di fila. Con Dune: Messiah, il capitolo conclusivo destinato a chiudere la trilogia principale e a compiere la parabola morale di Paul Atreides, l’universo narrativo sci-fi per eccellenza ritrova il suo autore più acclamato per quello che si preannuncia come il vero e proprio evento cinematografico della Awards Season. Sostenuto dalla potenza distributiva e dalla collaudata macchina promozionale di Warner Bros. Pictures, Villeneuve affronta la resa dei conti non solo con l’opera di Frank Herbert, ma con la storia degli Oscar. Per l’Academy, Dune: Messiah non rappresenta soltanto la conclusione di una delle saghe cinematografiche più monumentali del XXI secolo, ma l’occasione perfetta per riparare a un’omissione storica.

La narrazione attorno alla sua figura travalica la semplice candidatura: si parla già di una travolgente spinta verso la vittoria dell’Oscar alla Miglior Regia, concepita dall’industria come un dovuto e solenne incoronazione all’intera trilogia e alla capacità di Villeneuve di aver letteralmente rivitalizzato e ridefinito la fantascienza sul grande schermo. La Directors Branch e l’intera platea dei votanti nutrono un rispetto sconfinato per il rigore visivo, la gestione delle masse e la straordinaria direzione degli attori dimostrata da Villeneuve lungo tutto il viaggio su Arrakis. Warner Bros. conosce bene l’efficacia di una campagna basata sul “riconoscimento definitivo” a un autore nel pieno della sua maturità espressiva. Se Dune: Messiah saprà mantenere o addirittura superare il livello qualitativo e l’impatto emotivo dei primi due capitoli, Denis Villeneuve non parte semplicemente come un papabile candidato, ma come il rivale indiscusso per la statuetta della Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • 4 candidature all’Oscar, ma 1 sola come regista
  • Prestigio consolidato come autore di blockbuster d’autore.
  • Warner Bros. con esperienza nelle campagne del franchise.
  • Forte sostegno della Directors Branch.
  • Narrativa di consacrazione definitiva.
  • Elevato awards momentum.

1. Christopher Nolan – The Odyssey (Universal Pictures)

Dopo aver conquistato la sua prima, storica statuetta per la regia del trionfale Oppenheimer, Christopher Nolan si riaffaccia alla Awards Season dalla posizione di vertice assoluto del cinema globale. Con The Odyssey, il cineasta britannico firma il suo primo progetto successivo alla consacrazione dell’Academy, cimentandosi con l’adattamento monumentale di uno dei pilastri fondativi della letteratura occidentale. Rinnovando il fortunatissimo e simbiotico sodalizio con Universal Pictures, Nolan ha messo in campo un’epopea di sconfinata ambizione visiva e filosofica, concepita per fondere la maestosità dello spettacolo di massa con il rigore di un’opera d’autore di altissimo profilo artistico. Rielaborare il mito omerico attraverso la lente concettuale e tecnica di Nolan si è rivelato un trionfo travolgente. A differenza di altri titoli della stagione ancora in attesa della prova del fuoco nei festival, The Odyssey ha già ampiamente confermato le altissime aspettative della vigilia, trasformandosi nel fenomeno culturale e commerciale dell’anno.

Il film ha dominato il botteghino mondiale con incassi da capogiro — trainato dalle proiezioni nei formati IMAX di tutto il globo — e ha incassato un consenso critico quasi unanime, che ha celebrato la straordinaria modernizzazione del poema omerico, l’uso innovativo del linguaggio visivo e le poderose interpretazioni del cast. Per la Directors Branch e per l’intera platea dei votanti, Nolan incarna oggi il perfetto punto d’equilibrio tra il kolossal d’autore e la purezza della visione cinematografica, confermandosi un maestro capace di riportare le folle in sala regalando opere di immenso valore artistico. Sebbene l’overdue narrative sia ormai stata felicemente archiviata con Oppenheimer, la posizione del regista all’interno dell’industria non è mai stata così dominante. Sostenuto dai numeri record del box office e dall’entusiasmo plebiscitario della critica, Nolan affronta la Awards Race da primissimo frontrunner. Universal Pictures può ora orchestrare una campagna promozionale di forza imbattibile, facendo leva su risultati reali ed eclatanti. In questa stagione, Christopher Nolan appare destinato a occupare stabilmente la cima di ogni previsione, prontissimo a conquistare un’altra prestigiosa nomination per la Miglior Regia.

PUNTI DI FORZA

  • Vincitore dell’Oscar per la Miglior Regia (Oppenheimer).
  • Universal reduce da una campagna Oscar estremamente efficace con Nolan.
  • Prestigio autoriale ai massimi livelli nell’industria.
  • Produzione evento con enorme visibilità internazionale.
  • Forte potenziale nelle categorie tecniche e principali.
  • Costante frontrunner nelle previsioni iniziali.

Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog

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