CANNES 2026: Club Kid – Il folgorante debutto di Jordan Firstman tra luci stroboscopiche e paternità

Presentato a Cannes 2026, Club Kid racconta la storia di un organizzatore di feste gay (Jordan Firstman) che scopre di avere un figlio. Tra Brooklyn e la cultura underground, il film esplora con sincerità il passaggio all’età adulta e la redenzione. Nel cast Cara Delevingne e Diego Calva

Presentato con una standing ovation di sette minuti nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, Club Kid segna il debutto alla regia del poliedrico Jordan Firstman. Girato in un vibrante 35mm che ne esalta la grana urbana, il film si è imposto come uno dei titoli più contesi del mercato internazionale, raccogliendo ampi consensi per la Caméra d’Or e per la Queer Palm. Prodotto da Alex Coco (già collaboratore di Sean Baker), il lungometraggio fonde l’estetica caotica della vita notturna newyorkese con una sensibilità indie autentica, lanciando Firstman come una delle voci più audaci e promettenti del nuovo panorama cinematografico americano.

TRAMA:Ambientato in una Brooklyn febbrile, il film segue la deriva esistenziale di Peter Green (interpretato dallo stesso Firstman), proprietario di un locale notturno gay insieme alla socia Sophie (Cara Delevingne). Peter vive in un ciclo perpetuo di autodistruzione tra droghe, sesso occasionale e irresponsabilità cronica, finché la realtà non bussa alla sua porta sotto forma di un figlio di dieci anni, Arlo (Reggie Absolom), di cui ignorava l’esistenza. Rimasto orfano di madre, il bambino viene affidato a Peter, un uomo che ha costruito la propria identità sul rifiuto di ogni vincolo adulto. Tra l’incontro con un assistente sociale affascinante (Diego Calva) e la minaccia di perdere la propria attività, Peter dovrà decidere se continuare a perdersi nelle luci del club o tentare la strada, per lui ignota, della maturità.

Oltre la festa: la redenzione attraverso la cura

Il cuore pulsante di Club Kid risiede nella sua capacità di esplorare il vuoto emotivo che si cela dietro l’edonismo della cultura queer sotterranea senza mai scadere nel giudizio morale. Il titolo gioca sul contrasto tra l’identità del protagonista — un eterno “ragazzo da club” — e la necessità di accudire un bambino vero.

Firstman analizza la paternità non come un obbligo sociale, ma come un processo di specchiamento: vedendo il talento e le fragilità di Arlo, Peter inizia finalmente a riconoscere e curare le ferite di se stesso. Il film diventa così una riflessione sulla “famiglia scelta” e sulla crescita tardiva, suggerendo che la vera redenzione non risieda nel diventare perfetti, ma nel darsi finalmente il permesso di cambiare, abbandonando l’illusione di una libertà che è diventata, col tempo, una prigione di solitudine.

Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog

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