BERLINALE 2026: DAO – Il cinema di Gomis si fa rito: un viaggio sensoriale tra memoria e diaspora

Alain Gomis torna alla Berlinale con Dao, un’opera ambiziosa sulla circolarità dell’esistenza. Attraverso un dispositivo metacinematografico che “crea” una famiglia durante il casting, il film intreccia un matrimonio a Parigi e una commemorazione in Guinea-Bissau. In un flusso continuo tra realtà e finzione, il racconto esplora l’identità diasporica, trasformando i rituali della vita in una riflessione teorica sul cinema

Tra i titoli più attesi della prossimaBerlinale, spicca sicuramenteDaoche segna il ritorno diAlain Gomiscon un’opera che si annuncia come una delle più personali e concettualmente ambiziose della sua filmografia. Dopo il riconoscimento ottenuto a Berlino conFélicité, il regista franco-senegalese torna con un film che intreccia dimensione intima e riflessione sul dispositivo cinematografico, muovendosi tra Francia e Guinea-Bissau e costruendo un racconto che unisce rituale familiare, memoria e messa in scena. Il progetto si inserisce nella continuità del suo cinema, ma sembra spingersi ancora più apertamente verso un territorio in cui realtà e finzione dialogano e si contaminano.

TRAMA:Il film si apre con una definizione programmatica del suo titolo: “DAO è un movimento perpetuo e circolare che scorre in ogni cosa e unisce il mondo”. Da questa dichiarazione d’intenti prende avvio un dispositivo narrativo che ci conduce al casting di Gloria, una donna la cui figlia sta per sposarsi. Una voce fuori campo guida la sessione e afferma che “il primo passo è creare questa famiglia”: attori e non attori vengono così scelti e riuniti per diventare parenti, per costruire una comunità destinata a esistere sullo schermo. Da qui il film si sviluppa attorno a due celebrazioni intrecciate: un matrimonio a Parigi e la commemorazione della perdita del patriarca in Guinea-Bissau. Le storie individuali dei partecipanti, reali e finzionali, si intersecano mentre il racconto attraversa questi due luoghi e questi due momenti, facendo convivere festa e lutto, nascita di un’unione e memoria di una scomparsa. Amore, risate, rituali, dolore e storia si sovrappongono in un movimento continuo che collega generazioni e geografie, fino a comporre un ciclo che sembra avvolgere e incorniciare la realtà stessa.

Dao: L’estetica della circolarità tra rituale, memoria e diaspora

Daoappare costruito attorno all’idea di circolarità: la vita e la morte, la memoria e il presente, l’Europa e l’Africa, la realtà e la finzione si muovono in un flusso continuo. Il matrimonio e la commemorazione non sono semplicemente due eventi paralleli, ma poli simbolici di un unico ciclo esistenziale, in cui la comunità si rinnova mentre ricorda le proprie radici. Uno degli elementi più interessanti è ildispositivo meta cinematograficodel casting: la famiglia viene letteralmente “creata” davanti alla macchina da presa. Attori e non attori diventano parenti, e le loro storie personali si intrecciano con la finzione. Questo processo riflette sul cinema come spazio di costruzione di legami, ma anche sulla natura stessa dell’identità familiare e culturale: qualcosa che si eredita, si interpreta e si ricompone nel tempo.

Il film esplora inoltre la dimensione diasporica e transnazionale: i personaggi si muovono tra Parigi e la Guinea-Bissau, portando con sé memorie, tradizioni e relazioni che attraversano confini geografici. L’eredità familiare diventa così un filo che unisce mondi diversi, mostrando come l’identità non sia fissa ma in continuo movimento, proprio come il “dao” evocato dal titolo. ConDao, Gomissembra dunque realizzare un’opera che riflette sulla famiglia come costruzione affettiva e simbolica, sul cinema come luogo di incontro e sulla circolarità dell’esistenza. AllaBerlinalepotrebbe emergere come uno dei titoli più poetici e teoricamente ricchi del programma, capace di trasformare due rituali della vita in un racconto sul legame tra mondi, generazioni e forme del racconto.

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