La corsa agli Oscar 2027 per la Miglior Fotografia si prefigura come un duello ad altissima quota che mette a confronto la maestosità ingegneristica dei grandi formati spettacolari e il rigore poetico e monocromatico del cinema d’autore continentale. Il tratto distintivo che unisce l’intera selezione è un deciso e programmatico rifiuto dell’estetica digitale convenzionale in favore di una ricerca materica e sensoriale della luce: una tendenza visibile tanto nelle scelte estreme delle produzioni di testa quanto nel lavoro di costruzione visiva delle posizioni di rincalzo, dove l’uso della pellicola 35mm — dalla claustrofobia drammatica in ordine cronologico curata da Adam Newport-Berra per The Invite (A24) alla sperimentazione medievale e grim di Jarin Blaschke per Werwulf (Focus Features) — dimostra come il supporto fisico sia tornato a essere la colonna portante della drammaturgia visiva contemporanea.
I principali blocchi industriali scendono in campo schierando strategie promozionali trasversali e ben definite per conquistare i voti della branca dei direttori della fotografia. Se colossi come Universal Pictures e Warner Bros. puntano sull’impatto spettacolare e sull’imponente scala produttiva delle loro opere, le etichette indipendenti e i giganti dello streaming rispondono facendo leva sul prestigio dei festival internazionali. MUBI e NEON guidano il fronte d’autore forti dei trionfi a Cannes, trasformando la composizione geometrica di Łukasz Żal in Fatherland e l’uso drammatico delle ottiche anamorfiche di Tudor Vladimir Panduru nei fiordi di Fjord in autentici manifesti d’arte. Allo stesso tempo, Searchlight Pictures sfrutta il passaggio veneziano e la reputazione d’autore di Ben Davis per Wild Horse Nine, trasformando l’isolamento dell’Isola di Pasqua in un’architettura di tensione politica, mentre Amazon MGM spinge il blockbuster di Greig Fraser (Project Hail Mary) evidenziandone la sofisticata illuminazione interattiva e la gestione concettuale dei diversi aspect ratio.
Al vertice dei pronostici, la sfida per la statuetta si concentra sui quattro assoluti favoriti della classifica. In prima posizione parte con basi solidissime Łukasz Żal (Fatherland), il cui ritorno al bianco e nero rigoroso, unito al pedigree accademico e al trionfo di Paweł Pawlikowski a Cannes, offre a MUBI una narrative d’autore d’incomparabile prestigio. A contendergli la vittoria spalla a spalla si colloca Hoyte van Hoytema (The Odyssey), forte del primato tecnico di aver firmato per Christopher Nolan il primo kolossal narrativo girato interamente in formato IMAX 65mm su pellicola, un’impresa ingegneristica di immediata presa sull’elettorato dell’Academy. Subito alle loro spalle si conferma il peso industriale di Linus Sandgren (Dune: Part Three), chiamato a reinventare la grammatica visiva di Arrakis con una nuova e autonoma identità ottica, seguito a ruota dal vero dark horse della stagione: Gris Jordana (The Black Ball), il cui approccio barocco e le tre diverse emulsioni 35mm posizionano Netflix come un contendente di primissimo ordine, affiancati da icone del calibro di Emmanuel Lubezki (Digger), pronto a riaffermare il proprio status leggendario grazie all’uso del formato cellulare VistaVision.
Con una cinquina potenziale in cui convivono la grandiosità della pellicola di grande formato, la disciplina delle composizioni monocromatiche e la ricerca rigorosa sulla luce naturale, la competizione tra i direttori della fotografia si annuncia eccezionalmente agguerrita e priva di un esito scontato. La stagione dei premi si apre dunque all’insegna di un’attesa vibrante, dove solo chi saprà coniugare la complessità del mezzo tecnico con una visione concettuale potente e inconfondibile riuscirà a conquistare l’ambita statuetta degli Academy Awards.
PREVISIONI SETTEMBRE 2025 VS OSCAR 2026

Lo scorso anno 5 direttori della fotografia su 5 che ho indicato nelle previsioni di settembre 2025 hanno ottenuto la nomination all’Oscar: Michel Bauman (One Battle After Another) (9°), Adolpho Veloso (Train Dreams) (8°), Darius Khondij (Marty Supreme), (4°), Autumn Durald Arkapaw (Sinners) (2°) (WINNER), Dan Laustsen (Frankenstein) (1°).
Ecco di seguito una potenziale graduatoria sui direttori della fotografia che hanno più chance di entrare nella prossima Stagione dei Premi.
Allora, occhio alla lista!
10. ADAM NEWPORT-BERRA (The Invite) (A24)
Nel panorama della fotografia cinematografica contemporanea, la vera sfida dei drammi da camera risiede nel trasformare uno spazio confinato in un territorio di dinamismo visivo e tensione psicologica, e in The Invite diretto da Olivia Wilde, il direttore della fotografia Adam Newport-Berra raccoglie questa sfida con una precisione formale d’altissimo livello, firmando un lavoro di pura costruzione dell’immagine che merita un posto di rilievo nella corsa ai premi della stagione. A differenza delle produzioni d’interni odierne, spesso affidate alla pulizia e alla flessibilità del digitale, Newport-Berra e Wilde hanno scelto di girare l’intero film rigorosamente in pellicola 35mm e in ordine cronologico, un dispositivo drammaturgico fondamentale in cui la grana della celluloide conferisce una texture viva e tattile che restituisce la claustrofobia e il calore soffocante dell’appartamento di San Francisco dove si consuma la vicenda, permettendo al comparto di fotografia di far evolvere la luce in perfetta sintonia con il graduale crollo delle barriere psicologiche dei protagonisti interpretati da Seth Rogen, Olivia Wilde, Penélope Cruz ed Edward Norton. Il lavoro di Newport-Berra dialoga visivamente con una tradizione cinematografica nobile ed eterogenea, attingendo alla gestione dello spazio di Mike Nichols e Roman Polanski per valorizzare la recitazione senza mai risultare teatrale, alla cura di Éric Rohmer e Agnès Varda nel trattamento della luce domestica, e all’attenzione di Woody Allen e Michelangelo Antonioni per la composizione del quadro, dove la luce, inizialmente calda e rassicurante, si fa via via più spietata e scultorea man mano che la proposta scambista dei vicini fa precipitare la serata nel caos emotivo. Il valore promozionale della lavorazione interamente analogica in 35mm e l’eccezionale controllo formale all’interno di un unico ambiente rappresentano i punti di forza su cui A24 potrà puntare per far emergere la sua maestria artigianale e il suo rigore visivo.

NOTA DI PRESTIGIO:Adam Newport-Berra arriva soprattutto da un percorso televisivo e indipendente, ma ha già ottenuto un importante palmarès di riconoscimenti di rilievo: nel 2025 ha vinto il Primetime Emmy per la Miglior Fotografia in una serie comedy di mezz’ora grazie all’episodio The Oner della serie di successo The Studio, un lavoro acclamato che gli ha fruttato anche il prestigioso ASC Award nel 2026 da parte dell’American Society of Cinematographers e la candidatura al BSC Award della British Society of Cinematographers per la miglior fotografia televisiva internazionale. Questo importante percorso nell’industria americana affonda le sue radici in una ricca gavetta premiata sin dal 2012 con il Craft Award al First Run Festival per il corto Gabi e la Menzione d’Onore all’Ashland Independent Film Festival nel 2016 per il breve documentario Greenwood, fino all’esplosione nel cinema d’autore con The Last Black Man in San Francisco, opera che gli è valsa nel 2019 la candidatura alla celebre Rana d’Oro al Camerimage, la vittoria del Chlotrudis Award, il 9° posto nel riconoscimento del Dublin Film Critics Circle e le nomination ai Black Reel Awards, agli International Online Cinema Awards e al San Francisco Bay Area Film Critics Circle. A dimostrazione della sua straordinaria versatilità tecnica e visiva, Newport-Berra si è distinto anche nel panorama dei videoclip musicali ottenendo nel 2023 due nomination agli MTV Video Music Awards per la miglior fotografia grazie ai celebri video I Drink Wine di Adele e Count Me Out di Kendrick Lamar, consolidando un profilo artistico già premiato da istituzioni di primissimo piano che rende la sua potenziale corsa agli Oscar un naturale, seppur ambizioso, salto di categoria
CHANCE NOMINATION OSCAR:Le possibilità di ottenere una nomination agli Oscar per Adam Newport-Berra si posizionano su una fascia moderata ma ricca di potenziale strategico, rendendo la sua eventuale candidatura una delle più affascinanti e atipiche dell’intera categoria. Trattandosi di un dramma da camera dai toni di commedia nera, The Invite parte inevitabilmente a distanza di sicurezza dai tradizionali favoriti dell’Academy, che storicamente tende a premiare kolossal dall’ampio respiro scenografico, produzioni d’epoca o spettacolari epopee fantascientifiche dotate di un peso produttivo imponente. Tuttavia, la vera forza della candidatura risiede nella capacità di A24 di posizionare l’opera non come una semplice commedia d’interni, ma come un autentico tour de force di rigore formale e controllo visivo. L’argomento promozionale più solido per l’Academy passa proprio attraverso la valorizzazione dell’estetica analogica: la scelta di girare interamente in pellicola 35mm e di rispettare l’ordine cronologico di ripresa non deve essere raccontata come una nostalgia stilistica, ma come una precisa decisione drammaturgica necessaria per catturare la texture viva, la claustrofobia emotiva e l’evoluzione naturale della luce all’interno di un unico ambiente. In questo contesto, una campagna promozionale mirata per il comparto tecnico di fotografia dovrebbe puntare a trasformare il limite dello spazio confinato nel suo più grande punto di forza, organizzando proiezioni dedicate in 35mm per i membri del ramo dei direttori della fotografia (Academy Cinematographers Branch) e pubblicando featurette focalizzate sul lavoro artigianale dell’illuminazione e sulla gestione degli spazi ridotti. Qualora A24 riuscisse a far leva su questo prestigio pregresso, affiancandovi una risposta entusiastica da parte delle associazioni della critica statunitensi e una narrazione che celebri la partnership visiva tra la regia di Olivia Wilde e la sensibilità dell’autore della fotografia, la candidatura potrebbe gradualmente superare lo scetticismo legato al genere del film, trasformando The Invite in un solido e originale dark horse della Stagione dei premi.
9. JARIN BLASCHKE (Werwulf) (Focus Features)
Nel nuovo progetto diretto da Robert Eggers, intitolato Werwulf, il direttore della fotografia Jarin Blaschke torna a esplorare quel territorio visivo rigido, gotico e folkloristico che rappresenta la cifra stilistica fondamentale della loro duratura collaborazione artistica. Ambientato nell’Inghilterra medievale, dove la vicenda segue le drammatiche peripezie di una famiglia insediata in un villaggio isolato e straziato da brutali attacchi legati a una maledizione licantropica, il film offre a Blaschke l’opportunità di spingere ancora più a fondo la sua ricerca sulla luce e sulla materia dell’immagine. Il lavoro fotografico si preannuncia radicalmente lontano dalle patine pulite edulcorate o dagli artifici digitali tipici del fantasy contemporaneo, orientandosi verso un’estetica volutamente grim, cupa e viscerale. Attraverso una cura maniacale per la texture e la resa materica dei supporti visivi, Blaschke costruisce un’atmosfera soffocante in cui la luce naturale — spesso ridotta ai bagliori del fuoco, alle ombre dense dei boschi e al grigio plumbeo dei cieli nordici — diventa un elemento narrativo essenziale per restituire la tangibilità del fango, del freddo e del folklore medievale. Questo approccio sensoriale e spietato alla fotografia non si limita a fare da cornice alla trasformazione del protagonista maledetto, ma plasma una spazialità claustrofobica e arcaica dove la composizione del quadro e l’uso scultoreo dei contrasti riflettono la costante minaccia dell’ignoto e la brutalità dell’epoca drammatizzata.

NOTA DI PRESTIGIO:Jarin Blaschke vanta un palmarès di straordinario prestigio che lo consacra come una delle firme più autorevoli della fotografia gotica e di genere, forte di ben due nomination agli Oscar per il suo lavoro visivo in The Lighthouse e Nosferatu. Il suo cammino nei premi più importanti dell’industria cinematografica comprende anche due candidature ai BAFTA e due nomination agli ASC Awards dell’American Society of Cinematographers, affiancate da due candidature ai British Society of Cinematographers Awards e due ai Satellite Awards, tutte conquistate sempre per The Lighthouse e Nosferatu. Sul fronte della critica e dei riconoscimenti di settore, Blaschke ha trionfato ai Critics Choice Awards vincendo il premio per la miglior fotografia con Nosferatu — film che gli è valso anche la nomination ai Chicago Film Critics Association Awards —, mentre per The Lighthouse ha conquistato il prestigioso Spotlight Award dell’ASC, l’Independent Spirit Award e le candidature ai Critics Choice e Chicago Film Critics Association.
CHANCE NOMINATION OSCAR:Le reali possibilità di candidatura all’Oscar per Jarin Blaschke si fondano su una narrativa industriale particolarmente solida, mossa dal fatto che il binomio artistico formato con Robert Eggers sia ormai riconosciuto come uno dei sodalizi visivi più rigorosi, coerenti e stilisticamente distintivi del cinema contemporaneo. In questo contesto, Werwulf si presenta ai membri dell’Academy non come un semplice esercizio di genere, ma come il naturale approdo e l’evoluzione matura di una ricerca d’autore che ha già dimostrato di saper conquistare l’elettorato dei direttori della fotografia. Per sostenere la campagna promozionale, Focus Features ha a disposizione leve strategiche di primissimo ordine: l’incontestabile status autoriale di Eggers, la spinta promozionale derivante dai recenti e pluripremiati traguardi ottenuti da Nosferatu nel circuito dei premi, e soprattutto la capacità di posizionare Werwulf come una vera e propria celebrazione del cinema fisico, materico e artigianale. La valorizzazione dell’uso della luce naturale o diegetica, l’attenzione quasi Manierista per la texture dei materiali e il rifiuto degli estetismi digitali rappresentano argomenti di fortissimo impatto per il Branch, storicamente incline a premiare il rigore tecnico e la complessità della lavorazione sul set. L’ostacolo principale rimane legato alla natura intrinseca del progetto: l’Academy conserva tradizionalmente una marcata riluttanza nei confronti del cinema horror e del folklore oscuro, generi che tendono a far più fatica nel competere ad armi pari con i grandi drammi storici, i biopic d’epoca o le imponenti produzioni di fantascienza. Tuttavia, il precedente storico stabilito dallo stesso Blaschke con le nomination ottenute per The Lighthouse e Nosferatu dimostra in modo inequivocabile come la qualità formale e la personalità visiva del suo lavoro siano in grado di valicare i pregiudizi di genere. Se la campagna saprà fare perno sulla straordinaria continuità artistica del cinematographer e sulla forza sensoriale dell’immagine, la nomination all’Oscar per la Miglior Fotografia diventerà un obiettivo ampiamente alla portata di Werwulf.
8. TUDOR VLADIMIR PANDURU(Fjord)(NEON)
In Fjord, l’acclamata opera diretta da Cristian Mungiu e consacrata dal trionfo al Festival di Cannes con la Palma d’Oro, il premio FIPRESCI, il Premio della Giuria Ecumenica e il François Chalais Prize, la fotografia curata da Tudor Vladimir Panduru si impone come la vera colonna portante della struttura drammatica del film. Nel raccontare le complesse vicende di una famiglia rumeno-norvegese di stretta osservanza religiosa, trasferitasi in un villaggio isolato della Norvegia e finita sotto lo sguardo inquisitorio della comunità locale a causa delle manifestazioni di violenza della figlia adolescente, Panduru compie una scelta visiva radicale, trasformando i maestosi scenari nordici da semplice elemento paesaggistico o decorativo a un autentico dispositivo di isolamento, alienazione e crescente tensione psicologica. Sul piano squisitamente tecnico ed estetico, il lavoro del direttore della fotografia si distingue per l’impiego della combinazione ad altissime prestazioni tra la macchina da presa ALEXA 35 e le ottiche ARRI Master Anamorphic: questo assetto tecnologico permette di sfruttare appieno una gamma dinamica straordinariamente ampia per scolpire con eccezionale precisione le difficili condizioni di luce naturale del nord Europa, rendendo ogni sfumatura di cielo, acqua e roccia quasi tattile e materica. Il formato anamorfico schiaccia e ridimensiona la figura umana contro la vastità imponente e gelida dei fiordi, mentre la resa nitida, priva di distorsioni ma visvisivamente densa delle lenti ARRI, evita ogni concessione all’estetismo patinato delle cartoline turistiche, per restituire invece un’atmosfera severa, claustrofobica e carica di giudizio morale, dove il paesaggio diventa lo specchio spietato dell’incomunicabilità e del rigore etico che stritolano i protagonisti.

NOTA DI PRESTIGIO:Panduru possiede già un importante curriculum nel cinema dell’Europa orientale. Ha vinto il premio per la Miglior Fotografia al Festival del Cinema Europeo per My Happy Family, oltre a due Gopo Awards (gli Oscar Rumeni) per Metronom e Manor House. È stato inoltre candidato per R.M.N.. La collaborazione con Mungiu rappresenta un ulteriore elemento di prestigio, considerando il peso storico del regista nel cinema rumeno e non solo.
CHANCE NOMINATION OSCAR:Le reali possibilità di una nomination all’Oscar per Tudor Vladimir Panduru cambiano radicalmente con la conquista della Palma d’Oro a Cannes, un traguardo prestigioso che eleva Fjord da gemma del circuito d’autore continentale a uno dei contendenti di punta dell’intera stagione dei premi. La gestione della campagna promozionale da parte di NEON rappresenta un fattore determinante e di straordinaria forza strategica: il distributore statunitense ha già ampiamente dimostrato negli ultimi anni un’abilità impareggiabile nel trasformare il massimo riconoscimento festivaliero in candidature di altissimo profilo all’Academy, spingendo con aggressività e precisione le opere europee nelle categorie principali e tecniche. In questo contesto, il lavoro di Panduru offre la combinazione ideale tra il fascino visivo del paesaggio naturale e una rigorosa costruzione dell’isolamento e della tensione psicologica, posizionandosi come la perfetta incarnazione del lato più puramente autoriale e concettuale della cinquina dei direttori della fotografia. Se il film saprà mantenere compatto il sostegno della critica americana durante le uscite autunnali e i festival di preparazione, la candidatura di Panduru diventerà uno dei punti di forza dell’intera campagna per Fjord, offrendo alla branca dei direttori della fotografia dell’Academy l’opportunità di premiare un rigore formale e un’estetica visiva che trasformano la geografia nordica in pura architettura drammatica.
7. BEN DAVIS(Wild Horse Nine)(Searchlight)
Nel nuovo attesissimo progetto di Martin McDonagh, presentato in Concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e subito balzato al centro dell’attenzione per la Stagione dei premi, il direttore della fotografia Ben Davis si trova ad affrontare una complessa equazione visiva, dovendo bilanciare la monumentale imponenza geografica dell’Isola di Pasqua con la densità drammatica e politica di un thriller storico ambientato alla vigilia del colpo di Stato cileno del 1973. La sfida tecnica principale per Davis risiede nel contrastare la tentazione del paesaggio puramente cartolinesco, trasformando invece l’isolamento geografico e le sculture monolitiche dei Moai in elementi di latente paranoia e tensione psicologica che avvolgono la missione dei due agenti della CIA. Attraverso un uso rigoroso e millimetrico della luce naturale e di un’esposizione estremamente controllata, il lavoro fotografico sfrutta le mutevoli e spietate condizioni atmosferiche dell’oceano Pacifico per scolpire un’atmosfera visiva greve, seppia e materica, dove l’ampiezza dell’orizzonte marittimo non offre respiro ma amplifica il senso di trappola imminente e cospirazione. La scelta delle lenti e la gestione dei contrasti cromatici lavorano in costante sintonia per restituire una palette dal sapore fortemente settantino e analogico, capace di immergere lo spettatore nella tessitura visiva del thriller politico dell’epoca senza mai rinunciare alla vertigine estetica e quasi mitologica che la geografia di Rapa Nui impone sul quadro cinematografico.

NOTA DI PRESTIGIO:Ben Davis vanta una carriera di altissimo profilo segnata da una solida continuità di riconoscimenti di settore e di critica, legata a doppio filo alla sua felice e acclamata collaborazione con il regista Martin McDonagh. Il suo palmarès comprende prestigiose candidature ai BAFTA e ai British Independent Film Awards per Tre manifesti a Ebbing, Missouri, film che gli è valso anche la nomination alla Rana d’Oro e la vittoria dell’Audience Award al celebre festival Camerimage, oltre a due importanti nomination ai BSC Awards della British Society of Cinematographers e due ai Satellite Awards, assegnate sia per Tre manifesti a Ebbing, Missouri sia per Gli spiriti dell’isola. Proprio con Gli spiriti dell’isola Davis ha consolidato il suo prestigio internazionale conquistando il premio per la miglior fotografia alla St. Louis Film Critics Association e collezionando un’impressionante serie di candidature e piazzamenti d’onore presso le principali associazioni della critica americana e internazionale, tra cui la Online Film Critics Society, la San Diego Film Critics Society, il Dublin Film Critics Circle, la San Francisco Bay Area Film Critics Circle, l’Alliance of Women Film Journalists e l’Indiewire Critics’ Poll, dimostrando una reputazione artistica ampiamente riconosciuta che costituisce un prezioso biglietto da visita per ogni nuova corsa ai premi a cui manca solo la candidatura all’Oscar.
CHANCE NOMINATION OSCAR:Le reali possibilità di ottenere una nomination all’Oscar per la Miglior Fotografia si preannunciano estremamente concrete per Ben Davis, la cui candidatura a bordo di Wild Horse Nine beneficia in modo determinante dell’immediato momentum generato dal passaggio alla Mostra del Cinema di Venezia e dell’incontestabile prestigio autoriale di Martin McDonagh. La strategia promozionale guidata da Searchlight Pictures — uno studio dall’esperienza impareggiabile nel convertire le acclamazioni dei festival autunnali in candidature di primissimo piano agli Academy Awards — dispone qui di una narrativa visiva di straordinaria efficacia: il suggestivo contrasto tra la grandiosità mitologica e quasi incontaminata dell’Isola di Pasqua e la cupa oscurità paranoia del contesto politico del 1973. A differenza di produzioni che puntano esclusivamente sulla spettacolarità dei mezzi o sul virtuosismo digitale, il grande vantaggio competitivo del lavoro di Davis risiede nella capacità di fondere l’impatto visivo del paesaggio naturale con la dimensione etica e drammatica del racconto, trasformando l’isolamento di Rapa Nui nell’architettura morale dell’intero film. Se Wild Horse Nine saprà confermare la propria forza lungo la Stagione dei premi, questa perfetta aderenza tra estetica d’ambiente e tensione storica consentirà a Davis di raccogliere un consenso trasversale all’interno della branca dei direttori della fotografia dell’Academy, posizionando la sua fotografia come uno dei tasselli più solidi, maturi e credibili dell’intera cinquina finale.
6. EMMANUEL LUBEZKI(Digger)(Warner Bros.)
Nel nuovo e monumentale progetto di Alejandro González Iñárritu intitolato Digger, che vede protagonista Tom Cruise nei panni dell’uomo più potente del mondo ingaggiato in una corsa contro il tempo per sventare la catastrofe da lui stesso innescata, il lavoro fotografico segna lo straordinario e attesissimo ricongiungimento tra il regista messicano e il leggendario direttore della fotografia Emmanuel “Chivo” Lubezki. Dopo i traguardi storici toccati con la continuità visiva di Birdman e la gestione estrema della luce naturale in The Revenant, Lubezki torna a collaborare con Iñárritu impostando una sfida tecnica ed estetica di altissimo profilo, la cui scelta cardine — fortemente rimarcata anche da Warner Bros. — consiste nell’aver girato la pellicola interamente in formato VistaVision. Questa decisione tecnologica non è un semplice richiamo nostalgico al cinema d’epoca, ma rappresenta una precisa strategia formale: lo scorrimento orizzontale della pellicola a 35mm garantisce un’area del negativo notevolmente più ampia, traducendosi in una risoluzione straordinaria, una grana incredibilmente fine e una profondità di campo che scolpisce la figura umana e gli ambienti con una chiarezza quasi tridimensionale. Sotto la guida di Lubezki, il VistaVision diventa lo strumento ideale per catturare sia la vertigine epica del disastro imminente sia la paranoia intima del protagonista, offrendo una gamma dinamica e una ricchezza cromatica capaci di restituire un’immagine viscerale, materica e priva di qualsiasi artefatto patinato. L’integrazione di questa complessa impostazione fotografica con il contributo degli altri maestri del reparto tecnico — dal montaggio di Stephen Mirrione alle scenografie di Dennis Gassner fino ai costumi di Jacqueline West — consente a Lubezki di orchestrare una spazialità visiva immersiva, dinamica e travolgente, dove il formato analogico ad alta definizione eleva la tensione drammatica a puro spettacolo cinematografico.

NOTA DI PRESTIGIO:Emmanuel “Chivo” Lubezki si presenta alla stagione dei premi forte di uno dei palmarès più imponenti, prestigiosi e celebrati della storia della fotografia cinematografica mondiale. Il suo straordinario percorso agli Academy Awards è segnato da ben otto candidature e da uno storico, leggendario tris di vittorie consecutive ottenute con Gravity, Birdman e The Revenant, un’impresa senza precedenti a cui si aggiungono le storiche nomination per capolavori visivi del calibro de La piccola principessa, Il mistero di Sleepy Hollow, Il nuovo mondo e I figli degli uomini, oltre alla magnifica sinfonia visiva di The Tree of Life. Questo leggendario statuto accademico è rispecchiato da un dominio assoluto presso la branca tecnica, testimoniato da ben cinque ASC Awards conquistati su sei candidature complessive per l’American Society of Cinematographers — con l’inclusione della sua recente nomination televisiva per Disclaimer —, affiancati da ben quattro premi BAFTA, quattro Critics Choice Awards e da un’ininterrotta serie di successi tributati dalle principali associazioni di critica statunitensi e festival internazionali come Camerimage e gli Ariel Awards in Messico. In questo contesto di eccellenza assoluta, il ricongiungimento artistico con Alejandro González Iñárritu non è semplicemente la firma su un nuovo progetto, ma la riapertura di uno dei sodalizi d’autore più rivoluzionari ed emblematici del cinema contemporaneo. La prospettiva di vederli nuovamente insieme dopo i trionfi storici di Birdman e The Revenant costituisce una narrativa promozionale irresistibile per i giurati dell’Academy, trasformando ogni loro nuova collaborazione in un evento industriale e linguistico atteso con valore quasi mitologico, capace di garantire a Lubezki una posizione di primissimo piano e una naturale priorità all’interno della corsa per la statuetta alla Miglior Fotografia
CHANCE NOMINATION OSCAR:Le reali possibilità di ottenere una nomination all’Oscar per Emmanuel Lubezki sono straordinariamente elevate, ponendolo ai nastri di partenza in una posizione di assoluto e privilegiato vantaggio competitivo. QualoraDiggerdovesse riscontrare la favorevole accoglienza della critica e del pubblico, la convergenza tra la regia visionaria di Alejandro González Iñárritu, la presenza catalizzatrice di Tom Cruise, l’imponente forza distributiva di Warner Bros. e la scelta tecnica del formato cellulare VistaVision formerà un pacchetto strategico di irresistibile presa sui votanti. La campagna promozionale dispone di una narrativa perfetta, imperniata sul grande ritorno di un tre volte premio Oscar al lungometraggio d’ampio respiro dopo un periodo di minore presenza sul grande schermo, celebrando la ripresa del suo inconfondibile linguaggio fatto di luce naturale, virtuosismo dinamico nel movimento di macchina e rigore compositivo, stavolta applicati all’ambiziosa scala spettacolare del nuovo progetto. In questo quadro, il prestigio personale di Lubezki e la storicità del suo sodalizio con Iñárritu rappresentano una garanzia di altissima vendibilità presso la branca dei direttori della fotografia dell’Academy; tuttavia, l’unico vero elemento di vulnerabilità risiede nel rischio che la pellicola venga percepita come un poderoso saggio di perizia tecnica sacrificato a una tenuta narrativa meno solida, uno scenario in cui persino un’icona come Lubezki potrebbe faticare a trainare la candidatura qualora il film dovesse perdere terreno nelle categorie principali.
5. GREIG FRASER(Project Hail Mary)(Amazon MGM)
Nell’adattamento cinematografico del romanzo di Andy Weir Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christopher Miller, il lavoro fotografico di Greig Fraser affronta la sfida di coniugare le vertiginose dimensioni dello sci-fi spaziale con un approccio visivo profondamente tangibile, materico e ancorato al realismo fisico della produzione. Nel raccontare la drammatica odissea di Ryland Grace, risvegliatosi a bordo di un’astronave privo di memoria e costretto a decifrare la minaccia che rischia di estinguere l’umanità, Fraser costruisce un’architettura visiva di straordinario rigore formale, imperniata sull’uso narrativo di differenti aspect ratio per scindere visivamente e psicologicamente le tre dimensioni temporali e spaziali del racconto: i claustrofobici interni del presente, l’immensità cosmica dello spazio aperto e la dimensione terrena dei flashback memoria-dipendenti. Per restituire la massima immersività senza cedere agli artifici freddi della tecnologia digitale, il direttore della fotografia e i registi hanno scientemente limitato l’impiego del tradizionale green screen, prediligendo la costruzione di monumentali set fisici integrati da sofisticati sistemi di illuminazione interattiva realizzati su misura. Questo stratagemma tecnico consente alle fonti di luce — dai pannelli di controllo della navicella ai bagliori siderali e alle radiazioni delle stelle — di reagire organicamente sulle superfici degli ambienti, sui materiali delle tute e sui volti degli attori, generando una qualità ottica complessa, vivida e visceralmente credibile dove la luce stessa si fa materia drammatica e perno sensoriale dell’intera narrazione.

NOTA DI PRESTIGIO:Greig Fraser si attesta tra le figure più dominanti e riconosciute della fotografia cinematografica contemporanea, forte di tre candidature agli Oscar impreziosite dal trionfo con la statuetta per Dune, a cui si affiancano le nomination ottenute per Lion – La strada verso casa e Dune – Parte due. Il suo prestigioso profilo industriale trova conferma nei massimi riconoscimenti di categoria, avvalorato da ben cinque candidature agli ASC Awards dell’American Society of Cinematographers — culminate nei successi per Dune e Lion, oltre alle nomination per The Batman, Dune – Parte due e per la serie The Mandalorian —, a cui si sommano quattro candidature ai BAFTA con la vittoria conquistata per Dune, quattro nomination ai BSC Awards della British Society of Cinematographers, due ai Critics Choice Awards e una prestigiosa sequenza di affermazioni al festival Camerimage, dove ha conquistato la Rana d’Oro per Lion e la Rana di Bronzo per Dune. Il suo raggio d’azione internazionale affonda le radici nel circuito autoriale e indipendente, testimoniato dai molteplici trionfi agli Australian Film Institute Awards e all’Australian Cinematographers Society per Bright Star, film che gli è valso anche il British Independent Film Award per il miglior contributo tecnico. Questa straordinaria continuità di consensi e l’associazione ormai consolidata con il grande cinema d’autore e di fantascienza garantiscono a Fraser un’autorevolezza tecnica di primissimo ordine, confermando la sua capacità di trasformare la complessità visiva dei blockbuster in pura eccellenza accademica e premiabile
CHANCE NOMINATION OSCAR:La forza della candidatura all’Oscar per Greig Fraser risiede su una convergenza ideale tra il suo imponente prestigio personale e la spiccata carica d’innovazione tecnica che caratterizza Project Hail Mary. La complessa gestione visiva della pellicola offre argomenti di straordinaria efficacia per la campagna promozionale presso la branca dei direttori della fotografia dell’Academy: l’uso concettuale e fluido dei differenti aspect ratio per scindere i piani temporali, lo studio minuzioso della luce negli interni claustrofobici dell’astronave e la perfetta osmosi tra illuminazione reale interattiva ed effetti visivi rappresentano prove di virtuosismo tecnico di altissimo profilo. L’unico reale ostacolo potenziale risiede nella natura stessa del film, caratterizzata da un registro narrativo più accessibile, brillante e di matrice pop rispetto alle atmosfere solenni, monastiche ed esteticamente imponenti della saga di Dune, un fattore che potrebbe inizialmente spingere alcuni votanti più conservatori a considerarlo un lavoro meno tradizionalmente “da Oscar”. Tuttavia, la compattezza e l’entusiasmo della critica specializzata, che ha eletto proprio l’efficacia dei mondi visivi e la straordinaria qualità tattile della fotografia a elementi cardine del successo dell’opera, dimostrano come Fraser sia riuscito a nobilitare il blockbuster spaziale attraverso un rigore ottico supremo, consolidando la sua candidatura come una delle più solide e credibili dell’intera Stagione dei premi.
4. GRIS JORDANA(The Black Ball)(Netflix)
In The Black Ball (La bola negra), l’ambizioso lungometraggio diretto da Javier Calvo e Javier Ambrossi, la fotografia si eleva a vero e proprio motore concettuale e narrativo, facendosi carico di connettere visivamente tre piani temporali differenti — il 1932, il 1937 e il 2017 — ispirati all’opera incompiuta di Federico García Lorca per esplorare la memoria, la repressione politica e l’identità queer nella storia spagnola. La scelta fondamentale di girare interamente su pellicola 35mm rappresenta il cuore dell’approccio tecnico, dove la materia stessa del supporto analogico viene piegata alla resa drammatica dei diversi contesti storici. Attraverso l’impiego strategico di differenti emulsioni Kodak, la fotografia costruisce una precisa identità ottica per ciascuna epoca: la grana, la sensibilità alla luce e la resa cromatica cambiano radicalmente nel passaggio dalla vitalità poetica e inquieta degli anni Trenta all’oscurità opprimente della Guerra Civile, fino alla definizione più fredda e stratificata del 2017 contemporaneo. Questo lavoro di differenziazione non scade mai nel mero artificio filologico, ma si inserisce all’interno di un’estetica elaborata, densa e spiccatamente barocca, dove l’uso della luce e delle ombre assume un valore scultoreo e drammatico. La gestione rigorosa dell’esposizione e la cura per la risposta dei colori sotto le luci di scena permettono di esaltare la ricchezza della ricostruzione d’epoca, trasformando la texture della pellicola in uno spazio sensoriale in cui la memoria storica della Spagna si manifesta con straordinaria forza visiva, materica e concettuale.

NOTA DI PRESTIGIO:Gris Jordana si distingue nel panorama cinematografico contemporaneo come una delle direttrici della fotografia più talentuose ed emergenti dell’industria spagnola ed europea, forte di un percorso artistico già ampiamente riconosciuto dalle principali istituzioni del settore. Il suo palmarès è coronato dal prestigioso Premio Gaudí per la Miglior Fotografia conquistato per Libertad, opera che le è valsa anche una rilevante candidatura ai Premi del Circolo degli Scrittori Cinematografici e la sua prima nomination ai Premi Goya, il massimo riconoscimento del cinema spagnolo. La sua eccellenza nella gestione della luce e della composizione trova conferma nella seconda candidatura ai Premi Goya ottenuta per Il mio nome è Nevenka, a cui si aggiungono la precedente nomination ai Gaudí per La vida sense la Sara Amat e la prestigiosa candidatura ai Premi PRODU per l’acclamata serie TV La Mesías. Il valore del suo lavoro è stato inoltre riconosciuto in numerosi contesti festivalieri e di cortometraggio, testimoniato dalle vittorie al Pantalla de Cristal per Cuore e al festival Cortogenia per El adiós, oltre alle candidature ai Premi Pávez e al festival Piélagos en Corto per Lava. Questa crescente rilevanza istituzionale nel suo paese d’origine trova ora un formidabile volano internazionale grazie all’affermazione di The Black Ball al Festival di Cannes 2026, dove il film diretto da Javier Calvo e Javier Ambrossi è stato insignito del premio per la Miglior Regia ex aequo con Fatherland. Questo traguardo d’altissimo profilo posiziona l’opera sotto i riflettori globali della stagione dei premi, consentendo all’articolato e maturo linguaggio visivo firmato da Gris Jordana di presentarsi all’attenzione dei votanti internazionali con un biglietto da visita di straordinario prestigio.
CHANCE NOMINATION OSCAR:si poggiano su una narrativa di campagna particolarmente affascinante ed efficace: quella del grande cinema d’autore europeo, interamente scommesso sulla ricchezza della pellicola 35mm e messo al servizio di un affresco storico e queer coronato dal prestigio del Festival di Cannes. L’ingresso di Netflix come forza distributiva garantisce un supporto industriale di primo ordine, capace di orchestrare una campagna promozionale globale estremamente aggressiva e visibile presso i votanti dell’Academy. Tuttavia, il principale scoglio lungo il percorso verso la cinquina è rappresentato dal livello di concorrenza eccezionalmente agguerrito nella categoria e dal fatto che il direttore della fotografia non vanta ancora il posizionamento e il riconoscimento internazionale consolidato dei principali frontrunner americani e britannici. Per riuscire a strappare una nomination, The Black Ball dovrà necessariamente convertire il trionfo festivaliero in un propulsivo festival-to-awards narrative, mantenendo un consenso critico unanime e compatto durante la stagione autunnale affinché la forza visiva dell’emulsione su film e il rigore barocco delle sue atmosfere riescano a imporsi all’attenzione della branca dei direttori della fotografia.
3. LINUS SANDGREN(Dune: Part Three)(Warner Bros.)
Nel terzo capitolo della saga diretta da Denis Villeneuve, destinato a seguire l’ascesa politica di Paul Atreides e le drammatiche conseguenze che spingono l’universo di Dune verso la devastazione della guerra santa, Linus Sandgren subentra alla guida della fotografia ereditando uno dei franchise visivamente più complessi e ambiziosi dell’era contemporanea. Il compito di Sandgren non risiede nella pura e semplice replica della grammatica estetica costruita nei due capitoli precedenti, bensì nella definizione di una nuova e autonoma identità visiva, capace di specchiare la profonda mutazione politica, concettuale e psicologica di un Arrakis trasformato dal regime di Paul. Per tradurre in immagini la cupa solennità di questo passaggio epocale, la fotografia di Sandgren impiega un apparato tecnico di straordinaria sofisticazione, lavorando con un controllo ossessivo della resa cromatica, delle lenti e della tessitura della luce. L’approccio alla gestione dell’esposizione sfrutta la violenza della luce solare e la desaturazione dei toni sabbiosi per creare atmosfere quasi mistiche, contrapposte alle ombre profonde e ai toni freddi degli ambienti di potere interni. Questa complessa costruzione ottica dialoga in stretta ed elastica continuità con l’imponente lavoro del production designer Patrice Vermette e le scenografie monumentali, la scansione ritmica del montaggio firmato da Joe Walker, la partitura sonora di Hans Zimmer e le integrazioni digitali realizzate dal team di DNEG. La sinergia tra Sandgren e questo reparto tecnico, composto interamente da artisti già premiati o candidati agli Academy Awards, consente di elevare il rigore formale del film a vera e propria architettura visiva, dove la luce stessa diventa uno strumento di narrazione politica e di tensione tragica.

NOTA DI PRESTIGIO:Linus Sandgren si colloca tra i direttori della fotografia più stimati e versatili del cinema contemporaneo, forte di una reputazione internazionale costruita sulla perfetta sintesi tra rigore d’autore, padronanza delle grandi produzioni hollywoodiane e uno straordinario uso della pellicola analogica. Il suo eccelso percorso industriale è coronato dalla vittoria dell’Oscar per la Miglior Fotografia e dal premio BAFTA conquistati per La La Land, opera che gli ha valso anche il Critics Choice Award, il premio della Chicago Film Critics Association, la candidatura all’ASC Award dell’American Society of Cinematographers e piazzamenti d’onore presso prestigiose associazioni come la Los Angeles Film Critics Association e la National Society of Film Critics. Il suo valore tecnico trova costante conferma nelle successive candidature ai BAFTA e agli ASC Awards ottenute per First Man – Il primo uomo, titolo in concorso anche al festival Camerimage con una nomination alla Rana d’Oro, a cui si aggiungono la nomination ai BAFTA per il kolossal No Time to Die e le rilevanti candidature ai BSC Awards della British Society of Cinematographers e ai Critics Choice Awards conquistate per progetti visivamente sfidanti come Babylon e Saltburn. Radicato in una solida formazione europea culminata nella vittoria del Premio Guldbagge in Svezia per Storm, il profilo accademico e la continuità di consensi di Sandgren ne fanno una figura di assoluto riferimento per la branca dei direttori della fotografia dell’Academy, garantendo alla sua firma un peso e un’autorevolezza immediati per qualsiasi campagna ai premi.
CHANCE NOMINATION OSCAR:Warner Bros. può fare leva sull’imponente peso dell’intero franchise e sulla straordinaria reputazione visiva costruita dai due capitoli precedenti. L’ingresso di Sandgren nella continuità estetica della saga introduce una figura di altissimo e riconosciuto prestigio, capace di offrire alla branca dei direttori della fotografia dell’Academy una campagna promozionale ricchissima di spunti tecnici e di materiale visivamente spettacolare. Il vantaggio competitivo della produzione è indiscutibile, trovando forza in una scala produttiva e in un’ambizione formale che pochissimi altri film della stagione possono vantare o semplicemente eguagliare. L’unico reale ostacolo potenziale risiede nel rischio di assuefazione da parte dei votanti, i quali potrebbero inizialmente percepire il terzo capitolo come un’estensione meno dirompente o meno innovativa rispetto all’impatto originario impresso dal lavoro di Greig Fraser. Per assicurarsi un posto fisso nella cinquina finale, la campagna dovrà puntare con decisione sulla specificità dell’apporto di Sandgren, dimostrando come la sua fotografia non sia una passiva continuazione stilistica, bensì una trasformazione consapevole della grammatica visiva di Arrakis, mossa da una precisa identità ottica e da un rigore formale capaci di reinventare il mito.
2. HOYTE VAN HOYTEMA(Odissea)(Universal)
Nel nuovo imponente kolossal dedicato all’epopea omerica e al travagliato viaggio di Ulisse dopo la caduta di Troia, Christopher Nolan spinge ancora una volta i confini del linguaggio cinematografico insieme al suo storico direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, realizzando con The Odyssey una vera e propria impresa ingegneristica e formale. Il lavoro di van Hoytema si distingue per un primato tecnico senza precedenti: l’opera è infatti il primo lungometraggio narrativo della storia della cinematografia ad essere stato girato interamente con ingombranti cineprese IMAX su pellicola 65mm a scorrimento orizzontale. Questa scelta radicale e inflessibile trasforma la fotografia da semplice supporto estetico a motore primario dell’esperienza sensoriale e drammatica. Il negativo ad altissima risoluzione e le lenti customizzate offrono una gamma dinamica e una nitidezza ottica d’ampiezza straordinaria, capaci di rendere viscerale la vastità spietata del mare Egeo, la brutalità tattile delle battaglie terrestri e la scala monumentale delle presenze mitologiche che ostacolano il ritorno a Itaca. L’assenza di compromessi digitali si riflette in una gestione impeccabile della luce naturale e dell’esposizione nei contrasti più estremi, tra i bagliori abbacinanti del sole mediterraneo e l’oscurità materica degli ambienti interni e sotterranei. Saldata su una complicità artistica ormai leggendaria — maturata attraverso le sfide concettuali e visive di Interstellar, Dunkirk, Tenet e Oppenheimer —, la visione fotografica di van Hoytema fonde la precisione microscopica del dettaglio umano con la vertigine dello spazio epico, elevando il supporto cellulare di grande formato ad architettura visiva assoluta del progetto.

NOTA DI PRESTIGIO:Hoyte van Hoytema si afferma come una delle figure più influenti e celebrate della fotografia cinematografica mondiale, forte di un percorso professionale radicato nel continuo superamento dei confini tecnologici del grande formato analogico. Il suo trionfale cammino agli Academy Awards è coronato dalla vittoria dell’Oscar per la Miglior Fotografia con Oppenheimer, titolo che gli ha valso la triplice corona di categoria grazie alle contemporanee conquiste del BAFTA e dell’ASC Award dell’American Society of Cinematographers, oltre al premio della Critics Choice Association e di numerose associazioni di critica statunitensi come la Chicago Film Critics Association e la Dallas-Fort Worth Film Critics Association. Questo storico successo segue la sua precedente nomination agli Oscar e all’ASC Award per Dunkirk — opera insignita anche del Boston Society of Film Critics Award —, a cui si aggiungono la ricca serie di candidature ai BAFTA ottenute per capolavori visivi del calibro di Interstellar e La talpa, quest’ultimo nominato anche ai BSC Awards, agli ASC Awards, ai prestigiosi European Film Awards con il premio Carlo di Palma e in concorso al festival Camerimage per la Rana d’Oro. Avvalorato da ulteriori nomination per progetti concettualmente complessi come Tenet e Lei, van Hoytema ha trasformato il suo pluripremiato sodalizio artistico con Christopher Nolan in un marchio di fabbrica industriale d’incomparabile autorevolezza, capace di garantire a ogni suo progetto una posizione di assoluta dominanza nelle preferenze della branca dei direttori della fotografia dell’Academy
CHANCE NOMINATION OSCAR:Al momento è uno dei candidati più difficili da escludere dalla cinquina. Universal Pictures si trova tra le mani un titolo dal peso industriale enorme, strutturato su una campagna promozionale che trova nelle categorie tecniche il suo naturale ed esplosivo punto di forza. La narrazione di supporto alla candidatura offre un argomento di straordinario impatto e di immediata presa sui votanti della branca dei direttori della fotografia: la realizzazione del primo kolossal narrativo interamente impresso su pellicola IMAX 65mm e destinato alle proiezioni in 70mm. A consolidare ulteriormente questa posizione di netto vantaggio contribuisce lo straordinario precedente di Oppenheimer, il cui trionfo agli Academy Awards ha consacrato van Hoytema ai vertici dell’industria globale. In questo scenario, la vera incognita non risiede nella capacità di strappare la nomination, quanto piuttosto nelle dinamiche legate alla corsa per la vittoria finale. Un’opera tecnicamente imponente e monumentale come The Odyssey dovrà infatti misurarsi con concorrenti che potrebbero puntare su un’estetica più intimista, visivamente autoriale o concettualmente innovativa nella gestione della luce e della composizione, spingendo la giuria a valutare se premiare l’inimitabile potenza ingegneristica dell’IMAX o la sperimentazione linguistica di altri linguaggi della fotografia contemporanea.
1. ŁUKASZ ŻAL (Fatherland)(MUBI)
In Fatherland, la nuova opera diretta da Paweł Pawlikowski incentrata sul complesso viaggio di Thomas Mann e della figlia Erika attraverso un’Europa postbellica segnata dalle prime lacerazioni della Guerra Fredda, la fotografia firmata da Łukasz Żal si impone come l’impalcatura formale e concettuale dell’intero racconto. Il sodalizio artistico tra Pawlikowski e Żal torna a misurarsi con la grammatica rigorosa del bianco e nero, perfezionando ed evolvendo le premesse estetiche già maturate nei capolavori Ida e Cold War attraverso un controllo meticoloso del rapporto d’aspetto, della scala dei grigi e della composizione geometrica dell’inquadratura. Girato prevalentemente in location reali in Polonia, utilizzate per rievocare con spietata verosimiglianza la Germania del dopoguerra, il lavoro di Żal rifiuta ogni artificio visivo e ricorre a un’illuminazione puramente naturale o di taglio espressionista, capace di scolpire gli ambienti e di far risaltare le tessiture materiche delle rovine, delle stoffe e dei volti. Le inquadratura statiche e le composizioni fortemente decentrate spingono i personaggi ai margini dello spazio scenico, trasformando l’architettura dell’inquadratura nella metafora visiva di un isolamento individuale e politico. Questa precisione nell’esposizione, unita a una gestione millimetrica dei contrasti e delle ombre profonde, infonde all’immagine un rigore quasi pittorico che ha contribuito in modo determinante al successo del film al Festival di Cannes 2026, dove Pawlikowski si è aggiudicato il premio per la Miglior Regia ex aequo, consacrando la fotografia di Żal come un elemento fondamentale per la resa drammatica della memoria e della storia.

NOTA DI PRESTIGIO:Il suo straordinario percorso agli Academy Awards conta già due candidature alla Miglior Fotografia ottenute per i capolavori in bianco e nero Ida — condivisa con Ryszard Lenczewski — e Cold War, a cui si aggiunge il contributo alla nomination conquistata dall’innovativo film d’animazione Loving Vincent. Il suo dominio stilistico trova costante conferma nelle massime sedi di categoria, avvalorato dal trionfo agli ASC Awards dell’American Society of Cinematographers per Cold War e dal prestigioso Spotlight Award vinto per Ida, a cui si integrano ben tre candidature ai BAFTA per Ida, Cold War e La zona d’interesse, oltre alle nomination ai BSC Awards della British Society of Cinematographers. Figura d’elezione del festival Camerimage, Żal vanta uno storico di primissimo piano nel tempio della fotografia cinematografica, avendo conquistato la Rana d’Oro per Ida, la Rana d’Argento e la candidatura alla Rana d’Oro per Cold War, il Premio FIPRESCI e la nomination in concorso per La zona d’interesse, la candidatura alla Rana d’Oro per Hamnet – Nel nome del figlio e numerosi ulteriori trionfi nelle sezioni dedicate ai cortometraggi e ai film polacchi, affiancati da successi al Manaki Brothers Film Festival. La sua reputazione d’autore si riflette anche nei consensi internazionali garantiti dal Carlo di Palma Award ai European Film Awards per Ida, oltre alle svariate nomination e vittorie assegnate dalle principali associazioni della critica americana come la Chicago Film Critics Association, la Boston Society of Film Critics, la Florida Film Critics Circle, i Critics Choice Awards e i Satellite Awards. Questo imponente palmarès testimonia un’eccezionale continuità di eccellenza visiva, assicurando a Żal un peso industriale e un rispetto incondizionato da parte dei votanti della branca dei direttori della fotografia dell’Academy per qualsiasi progetto firmato dalla sua cinepresa
CHANCE NOMINATION OSCAR: L’ingresso di Fatherland nella stagione dei premi poggia su basi straordinariamente solide, avvantaggiandosi di una combinazione di fattori che posiziona Łukasz Żal ai vertici dei favoriti per una nomination alla Miglior Fotografia. La presenza di un regista già consacrato dall’Academy come Paweł Pawlikowski, unita all’imponente profilo di Żal — già due volte candidato agli Oscar —, conferisce al film un’autorevolezza immediata e una continuità estetica direttamente collegata alle memorabili campagne di Ida e Cold War. In questo contesto, l’uso rigoroso e concettuale del bianco e nero si configura come uno dei principali punti di forza della strategia promozionale, poiché la scelta monocromatica non viene percepita dai votanti come un nostalgico esercizio di stile, ma come la struttura portante della grammatica narrativa ed emotiva del racconto. La strategia distributiva curata da MUBI ha l’opportunità di orchestrare una campagna promozionale d’autore di altissimo livello, facendo perno sull’importante riconoscimento conquistato al Festival di Cannes e sulla celebre sintonia tra regista e direttore della fotografia per costruire una narrazione di profondo valore artistico. Rispetto a concorrenti sprovvisti di un analogo pedigree accademico e festivaliero, la candidatura di Żal appare notevolmente più strutturata e credibile; tuttavia, la trasformazione di questo netto vantaggio iniziale in una potenziale vittoria finale dipenderà interamente dalla capacità della produzione di estendere il consenso critico oltre le nicchie dei festival, convertendo il prestigio europeo in un supporto trasversale e compatto da parte dell’intera branca dei direttori della fotografia dell’Academy durante la fase decisiva dei voti.
Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog






