Presentato in anteprima al Sundance Film Festival di quest’anno e distribuito nelle sale americane da IFC a partire dal prossimo 10 luglio, Night Nurse segna l’esordio al lungometraggio della regista indipendente Georgia Bernstein. Nata dall’urgenza personale della cineasta, la cui nonna era quasi caduta vittima di un raggiro telefonico basato sul senso di colpa e sul bisogno di sentirsi utile, l’opera si configura come un thriller oscuro, provocatorio e profondamente inquietante. Il film scava all’interno dei meccanismi della manipolazione mentale e del crimine ai danni della terza età, trasformando un dramma reale in una pellicola sgradevole ed estrema. Girata principalmente nella vera casa della nonna della regista, questa produzione indipendente si avvale di un cast guidato da Bruce McKenzie, dall’esordiente Cemre Paksoy, il cui ruolo è stato scritto appositamente per lei, e da Mimi Rogers, coinvolta nel progetto grazie all’amicizia d’infanzia tra la Bernstein e la figlia dell’attrice. Si tratta di un’esperienza cinematografica destabilizzante, pensata per cinefili esigenti e non adatta a tutti i tipi di pubblico.

TRAMA:La narrazione si apre con un prologo bollente che svela immediatamente la natura erotica e disturbante della pellicola. Al centro della vicenda c’è Eleni, un’infermiera appena assunta in una lussuosa residenza per anziani con l’incarico di accudire Douglas, un problematico predatore sessuale che si presume sia affetto da demenza senile. La realtà è però ben diversa: Douglas è un lucido truffatore che usa il proprio magnetismo per soggiogare le sue assistenti e costringerle a collaborare a una serie di truffe telefoniche ai danni degli altri residenti della struttura. Simulando la voce di una nipote in difficoltà che implora l’invio immediato di diecimila dollari per evitare la prigione, le infermiere spillano denaro ai confusi anziani, finanziando così lo stile di vita stravagante dell’uomo. Eleni viene rapidamente risucchiata in questo vortice criminale, subendo un’attrazione a cui non sa resistere e lasciandosi piegare al volere del suo sfuggente paziente, fino a quando il confine tra devozione professionale, inganno e desiderio carnale si dissolve del tutto.

Il sottile confine tra ossessione psicologica e sottomissione erotica
Il nucleo concettuale dell’opera risiede nella complessa indagine sull’assistenza intesa sia come vocazione sia come compulsione distruttiva. Il film mette in scena un perverso gioco psicologico da Svengali in cui la sottomissione erotica di Eleni si fonde e si confonde con i suoi doveri infermieristici. Sotto la superficie del genere thriller, emergono forti echi cinematografici che richiamano la complessa dinamica relazionale di Secretary di Steven Shainberg e la rappresentazione delle fissazioni psichiche intese come sottocultura sessuale tipica del cinema di David Cronenberg, in particolare di Crash. Eleni non agisce semplicemente per compiacere il suo dominatore, ma sviluppa una vera e propria ossessione per lui, trasformandosi in una tabula rasa pronta a farsi riempire dalla figura dominante di Douglas. Tuttavia, la narrazione rischia a tratti di indebolire questa discesa negli inferi rendendo la protagonista un personaggio fin troppo astratto ed enigmatico, che rischia di scomparire e che culmina in una tenerezza finale dal sapore fin troppo indulgente e forzato per un’opera che dà il meglio di sé quando sceglie di non concedere alcuna via di fuga allo spettatore.

La geometria dello sguardo e il perturbante visivo della macchina da presa
Dal punto di vista formale, la regia di Georgia Bernstein si distingue per una messinscena audace che amplifica la vibrante e morbosa atmosfera della residenza. La macchina da presa esalta la carnalità del racconto sin dalle prime battute, muovendosi con insistenza lungo il cavo telefonico a spirale che avvolge il corpo della truffatrice in una metafora visiva di costrizione e piacere. L’uso sistematico di inquadrature eloquenti e primi piani quasi claustrofobici valorizza al massimo l’incredibile espressività degli interpreti, giocando sul contrasto tra il volto cinico di Bruce McKenzie e gli occhi sgranati di Cemre Paksoy, magistrale nel non lasciar comprendere se il suo corpo sia paralizzato dal terrore o scosso dal godimento. Una menzione speciale va alla fotografia e alla gestione strategica della messa a fuoco, volutamente instabile e fluttuante intorno alla figura di Eleni per riflettere lo sguardo errante, manipolatorio e distratto di Douglas, traducendo così l’angoscia della donna in una precisa scelta stilistica. Questa sapiente costruzione visiva riesce a riscattare anche le debolezze di una sceneggiatura che scivola talvolta in una comicità involontariamente goffa, regalando agli amanti del genere un thriller psicologico visivamente potente.
Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog






