Oscar 2026: lo sguardo dell’Academy oltre la comfort zone

Le nominations di quest’anno non sono semplici sorprese: sono una dichiarazione d’intenti. L’Academy ha smesso di seguire i precursori per tracciare una propria rotta, dove l’urgenza politica vince spesso sulla perfezione formale. Ma a quale prezzo?

LenominationsagliOscar 2026non vanno lette come una semplice sequenza di sorprese o come l’ennesimo scarto tra pronostici e realtà. Il dato davvero rilevante è che, per la prima volta in modo così evidente, lo scollamento tra consenso stagionale eballot finalenon appare accidentale, ma programmatico. L’Academynon ha sbagliato previsione: ha scelto un’altra traiettoria. E nel farlo ha tracciato una linea piuttosto netta su cosa oggi ritenga centrale e cosa, invece, sacrificabile.

Il primo segnale arriva dal modo in cui ilcinema internazionaleattraversa le categorie. Non più confinato in spazi dedicati o percepito come un’appendice “di prestigio”, ma integrato nei rami tecnici e attoriali come forza strutturale del racconto cinematografico dell’anno. La candidatura storica diStellan Skarsgårdcome non protagonista per un film non in lingua inglese non è un’eccezione folkloristica, ma la certificazione di un cambio di paradigma:la lingua non è più una barriera, e il contesto produttivo non è più un filtro selettivo. Conta l’urgenza della storia, non la sua provenienza. Questa urgenza emerge con forza anche nel ridimensionamento dello spettacolo come valore in sé. In un’annata segnata da lutto, identità, memoria e conflitto interiore, l’Academyha dimostrato una crescente insofferenza verso i progetti che puntano tutto sull’evento e poco sulla necessità narrativa.

Non è casuale che, tra i grandi titoli ad alto budget,F1 resti l’unico vero superstite: un film capace di coniugare dimensione industriale e tensione drammatica, mentre altriblockbustersi sono rivelati incapaci di giustificare la propria centralità culturale. Il caso più emblematico restaWicked: For Good.Il suo crollo non è spiegabile solo con una fisiologica stanchezza del brand o con la competizione più agguerrita del previsto. L’esclusione totale, anche dai comparti tecnici tradizionalmente favorevoli, suggerisce una lettura più profonda:il film è stato percepito come un gesto di consolidamento, non di rischio. In un’annata che ha premiato l’atto creativo come presa di posizione, la “perfezione rassicurante” diWickedè apparsa marginale, incapace di dialogare con il presente cinematografico.

Lo stesso principio si riflette nelle categorie attoriali, dove il prestigio individuale ha smesso di funzionare come assicurazione automatica. La categoriaMiglior attrice non protagonistaè diventato il campo di battaglia più esplicito di questa nuova sensibilità.Ariana Grandearrivava al voto finale con un percorso impeccabile, sostenuto da tutti i principali precursori, ma la sua esclusione segnala un mutamento profondo: la tecnica, da sola, non basta più. L’Academysembra sempre più orientata verso l’interpretazione come atto autoriale, come gesto che lascia una traccia, non come esercizio di perfezione formale. In questo contesto, la nomination diElle Fanning,data inizialmente favorita,assume un valore quasi paradigmatico. Data per spacciata dopo l’assenza in snodi cruciali della stagione, è riuscita a ribaltare una statistica sfavorevole grazie alla forza intrinseca della performance. È la dimostrazione che, in un’Academysempre più frammentata, la sostanza può ancora scavalcare una campagna premi in affanno.

Il corto circuito tra consenso e scelta finale emerge con forza anche nel confronto nella categoriaMiglior attore non protagonistatraPaul MescaleDelroy Lindo.L’esclusione diMescalresta uno dei punti più difficili da razionalizzare sul piano meritocratico, mentre la candidatura diLindosembra rispondere a una logica diversa: non la spinta del presente, ma una forma di riparazione simbolica. È il segno di un’Academyche, pur proiettata verso il futuro, non ha ancora reciso del tutto il bisogno di sanare i torti del passato.

Anche la categoria dellaMiglior Attriceracconta questa tensione. La candidatura diKate Hudsonrappresenta la scelta della continuità, della tradizione hollywoodiana, di una narrazione affettiva che dialoga con la memoria collettiva dell’industria. Al contrario, l’esclusione diChase Infinitievidenzia i limiti di un ramo che, di fronte all’urgenza generazionale, preferisce ancora rifugiarsi in un’opzione rassicurante, evitando di rimettere in discussione i propri criteri estetici.

Sul fronte opposto,Sinnersdomina il quadro non solo per quantità, ma per densità simbolica. Le sue16 nominationsnon sono il risultato di una spinta plebiscitaria, bensì la sintesi di una visione che ha saputo coniugare ambizione industriale, eccellenza tecnica e rappresentanza. Il film entra in una ristrettissima élite storica capace di ottenere la candidatura in ogni singola categoria craft, trasformando il dominio numerico in una dichiarazione di intenti. Non è solo il film più nominato dell’anno:è quello che meglio incarna l’idea di cinema totale che questa Academy sembra voler legittimare.

Nel complesso, lenominations 2026restituiscono l’immagine di un’istituzione in transizione, meno lineare, più contraddittoria, ma anche più trasparente nelle proprie scelte. Il consenso critico non è più una garanzia, il prestigio non è più uno scudo, e la sicurezza industriale non basta a giustificare la centralità culturale di un’opera. QuestaAcademynon chiede di essere prevista, né assecondata: chiede di essere letta. E, soprattutto, accetta finalmente il rischio di non piacere a tutti.

Questo cambio di prospettiva aiuta anche a rileggere alcune delle assenze che hanno maggiormente indignato una parte dell’osservatorio più cinefilo. L’esclusione diPark Chan-wookdalla categoria delMiglior Film InternazionaleperNo Other Choicead esempio, è stata letta da molti come uno scandalo, ma appare molto meno sorprendente se inserita nella logica storica dell’Academy.In questa categoria, infatti, l’istituzione ha sempre lasciato spazio a un titolo meno autoriale in senso stretto, ma capace di intercettare una tensione sociale o politica particolarmente viva nel momento del voto. La presenza del film tunisino (The Voice of Hind Rajab)con il suo riferimento diretto alla causa palestinese, risponde esattamente a questa dinamica: in un contesto geopolitico così carico, era evidente che qualcuno dovesse essere sacrificato. E quel qualcuno, prevedibilmente, è stato ancora una voltaPark Chan-wook. Non si tratta di una bocciatura estemporanea, ma della conferma di una resistenza di lunga data dell’Academynei confronti del suo cinema, percepito come troppo idiosincratico, troppo controllato, troppo distante da una dimensione di urgenza immediatamente leggibile. Non è un caso che lo stesso Park fosse già rimasto fuori in passato conDecision to Leave,un film accolto con entusiasmo critico ma incapace di trovare una vera sponda istituzionale. In questo senso,No Other Choicepaga meno i propri limiti che una diffidenza strutturale che l’Academynon ha mai realmente superato.

Diverso, e per certi versi più enigmatico, è il discorso legato all’assenza diJafar Panahidalle categorie principali, sia come Miglior Film che comeMiglior Regia(per la prima volta dagli Oscar del 2021, il vincitore della Palma d’Oro del Festival di Cannes non ha ricevuto una nomination come Miglior Film), anche se presente nella categoriaMiglior film internazionalein rappresentanza dellaFrancia che lo ha scelto strategicamente eMiglior sceneggiatura originale(meritava quella per il Miglior montaggio). Qui la lettura diventa più complessa. L’attualità del contesto iraniano, la centralità politica del suo cinema e la forza simbolica della sua figura avrebbero reso la candidatura non solo plausibile, ma quasi naturale all’interno di un’Academyche quest’anno ha mostrato grande sensibilità verso il cinema come atto politico. Eppure, l’esclusione è avvenuta. È uno di quei casi che resistono a una spiegazione univoca e che rivelano il volto ancora contraddittorio dell’istituzione: capace di gesti radicali in alcune direzioni, ma improvvisamente prudente — o indecifrabile — in altre.

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