Con il suo esordio nel lungometraggio,My Father’s Shadow,Akinola Davies Jr.firma un’opera prima di sorprendente compattezza formale e maturità emotiva, un film che trasforma il legame familiare in materia cinematografica stratificata e sensoriale. Già affermato nel formato breve e nel visual storytelling, il regista britannico-nigeriano approda al lungometraggio con uno sguardo che rifiuta la linearità narrativa per abbracciare un cinema di percezioni, assenze e risonanze interiori. Premiato aiBritish Independent Film Awardsper la regia e nominato aiBAFTAtra imigliori debuttidietro la macchina da presa, il film si impone come un gesto autoriale preciso:un’indagine sulla figura paternache diventa al tempo stesso riflessione sulla diaspora, sull’identità e sulla costruzione di sé attraverso le fratture del ricordo.

Oltre le parole: la vulnerabilità autentica dei fratelli Egbo in un esordio folgorante
Il cuore emotivo dell’opera risiede nella performance dei due giovani protagonisti (Godwin Chiemerie Egbo e Chibuike Marvellous Egbo) chiamati a incarnare una presenza costantemente in bilico tral’innocenza del presente e l’incombere della Storia. La recitazione è costruita su un registro di sottrazione: sguardi trattenuti, silenzi prolungati e una fisicità che comunica più delle parole l’incertezza di un Paese al bivio. Il rapporto con la figura paterna — una guida amorevole ma carica di segreti e non detti — genera una tensione sotterranea che attraversa l’intero viaggio verso Lagos. La forza di queste interpretazioni risiede proprio nella capacità di evitare ogni enfasi, restituendo una vulnerabilità autentica e stratificata che riflette la fragile speranza della Nigeria di quel giugno 1993. La struttura narrativa, volutamente frammentata, riflette una memoria che non procede per linee rette, ma per lampi e “resurrezioni” visive.
Ambientato nel giugno del1993, durante le storiche e poi annullate elezioni democratiche in Nigeria, il racconto segue il viaggio di un solo giorno verso Lagos dei piccoli Remi e Akin insieme al padre Folarin, interpretato da un imponenteSope Dirisu, vincitore delGotham Awardper la miglior performance da protagonista dell’anno. Quella che appare come una rara occasione di intimità familiare si trasforma in un’esplorazione onirica e sensoriale della capitale, dove la vivacità dei colori e delle texture catturate dal direttore della fotografiaJermaine Edwardsriflette lo sguardo curioso e impressionabile dell’infanzia.

La voce di Akinola Davies Jr.: tra lutto privato e il sogno infranto della Nigeria
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025 laddove è diventando il primo film nigeriano ad essere selezionato per la Selezione ufficiale del festival, vincendo una Menzione Speciale per la Caméra d’Ore successivamente scelto dalRegno Unitoper la competizione internazionale degli Oscar di quest’anno,My Father’s Shadowè stato accolto dalla critica come un’opera di straordinario rigore formale, capace di fondere la riflessione universale sul lutto con il peso specifico della storia nigeriana, evocando per intensità e struttura lirica il pluripremiatoAftersundi Charlotte Wells. Il film non si limita a elaborare un dolore privato, ma si eleva a lutto collettivo, piangendo la perdita di un futuro democratico negato dalla violenza. Attraverso il mantra “Ti vedrò nei sogni”,Davies Jr.trasforma il cinema in un atto di resistenza spirituale, consolidando la sua voce come una delle più originali del panorama diasporico contemporaneo e regalando alla Nigeria un tassello fondamentale della sua cinematografia recente.

My Father’s Shadow: la cinematografia del ricordo e della frattura
Davies Jr.costruisce il film come uno spazio mentale prima ancora che narrativo. La regia privilegia inquadrature contemplative e movimenti di macchina lenti, dove gli ambienti nigeriani — interni domestici e strade caotiche di Lagos — diventano luoghi della memoria. La scelta di lavorare per frammenti rafforza l’idea di un racconto costruito su ricordi discontinui: ogni scena è un tassello di un mosaico emotivo che lo spettatore deve ricomporre.
L’estetica visiva gioca su contrasti cromatici e luce naturale. Lafotografiarestituisce la materialità degli spazi attraverso toni caldi e vibranti che riflettono lo sguardo impressionabile dei bambini, contrapposti a ombre più cupe che suggeriscono la fine dell’innocenza. Ilsonorolavora per sottrazione: i rumori dei mercati, i respiri e i silenzi tra i figli e il padre diventano elementi narrativi fondamentali. Lacolonna sonorainterviene con discrezione, lasciando che sia il ritmo interno delle immagini a costruire il tessuto emotivo.

C’è però un’altra possibile traiettoria di lettura, più obliqua, che sposta il film dal racconto della paternità a quello della costruzione del ricordo cinematografico stesso.My Father’s Shadowsembra interrogare meno la figura del padre e più l’atto di immaginarlo, di ricomporlo attraverso frammenti visivi che non coincidono mai del tutto con la realtà. In questo senso, il film dialoga sotterraneamente con opere in cui l’infanzia diventa il dispositivo attraverso cui un adulto tenta di ricostruire un’assenza: daMysterious Skindi Gregg Araki aThe Tree of Lifedi Terrence Malick, fino allo stessoAftersun, evocato non solo per affinità tematiche ma per la sua struttura di memoria imperfetta.

Come in quei film, il padre non è mai pienamente accessibile: è un corpo in movimento, una silhouette che si sottrae allo sguardo e che il cinema tenta di trattenere senza riuscirci.Davies Jr.sembra suggerire che la memoria familiare, soprattutto in contesti segnati da fratture storiche e diasporiche, non sia mai un archivio stabile ma un montaggio continuo, una negoziazione tra ciò che è stato e ciò che il cinema può ancora inventare per non perderlo. In questa prospettiva, il viaggio versoLagosnon è solo geografico o emotivo: è il tragitto attraverso cui un figlio — e con lui lo spettatore — impara che ricordare significa inevitabilmente riscrivere.
Oltre l’opera prima: una voce da seguire
My Father’s Shadownon è soltanto un debutto promettente, ma un film che rivendica la possibilità di un cinema intimo capace di dialogare con la complessità del presente.Davies Jr.dimostra una consapevolezza formale rara, trasformando l’esperienza del giugno 1993 in una riflessione universale sull’eredità paterna. In un panorama dominato da narrazioni esplicite, il film sceglie la suggestione, offrendo un ritratto della paternità che si muove tra l’intimo del sedile posteriore di un’auto e il collettivo di una nazione in bilico.






