Hedda di Nia DaCosta si impone come uno dei film più sorprendenti e discussi del 2025, un’opera capace di attraversare tradizione e contemporaneità con una sicurezza rara. Adattamento audace del celebre dramma Hedda Gabler di Henrik Ibsen, il film non si limita a trasporre la storia sul grande schermo, ma la reinventa, la distorce, la illumina da nuove angolazioni, trasformandola in un melodramma sensoriale, lussuoso e profondamente emotivo.
DaCosta — che negli ultimi anni aveva alternato blockbuster e progetti più intimi — ritorna qui con una voce registica personalissima, raffinata e al tempo stesso provocatoria. Il suo sguardo fonde teatralità e pulsione cinematografica, creando un’opera di grande impatto visivo, dove lo spazio scenico diventa un organismo vivo e inquieto. All’interno di questo ambiente vibrante, Tessa Thompson brilla con una delle interpretazioni più potenti della sua carriera: una Hedda ipnotica, enigmatica, seducente, capace di dominare la scena con un semplice sguardo o un lieve movimento delle labbra.

Non sorprende, quindi, che Hedda abbia acceso un dibattito critico particolarmente ricco e articolato. La maggior parte degli osservatori lo considera un trionfo di stile e sensibilità narrativa, un adattamento capace di rendere accessibile la complessità di Ibsen anche a chi non conosce il testo originale. Altri, invece, ne mettono in luce i rischi, le libertà narrative, alcune scelte strutturali che modificano profondamente il significato della pièce ottocentesca.
Questa pluralità di reazioni — tra entusiasmo assoluto e riserve più caute — non fa che confermare la forza del film: Hedda è un’opera che non lascia indifferenti, che invita all’interpretazione e che trasforma una storia di desideri repressi, manipolazioni e autodistruzione in un ritratto contemporaneo pulsante e disturbante.

Quello che segue è un viaggio attraverso le diverse sfaccettature del film: dalla regia di DaCosta alla performance magnetica di Thompson, dagli elementi tecnici che arricchiscono ogni scena fino alle opinioni più critiche. Un ritratto completo di un’opera che, comunque la si guardi, ha già lasciato un segno importante nel cinema del 2025.
Il mito di Hedda Gabler: un personaggio che il cinema non smette di reinventare
Hedda Gabler, scritto da Henrik Ibsen nel 1891, è uno dei testi più importanti del teatro moderno perché introduce una protagonista radicalmente diversa dalle figure femminili dell’epoca. Hedda non è un’eroina positiva né una femme fatale: è una donna complessa, repressa, piena di desideri inconfessabili e incapace di trovare un posto nel mondo che la circonda. La sua ambiguità, la tensione fra impulso e convenzione, la sua ricerca di libertà in un contesto sociale che la soffoca, hanno fatto del dramma di Ibsen un punto di svolta nella rappresentazione psicologica dei personaggi femminili. Il testo anticipa il dramma psicologico novecentesco, esplora la frustrazione, la manipolazione, la depressione e il bisogno di autodeterminazione, diventando un pilastro del naturalismo teatrale e un modello per generazioni di autori.

Questa potenza drammaturgica ha naturalmente attratto il cinema fin dai suoi albori. Hedda Gabler è stata portata sul grande schermo numerose volte – più di dieci, lungo un secolo di storia – e le trasposizioni più note rivelano quanto l’opera si presti a interpretazioni nuove e radicali. Dalle prime versioni mute degli anni Venti a quelle televisive degli anni Sessanta, fino al celebre adattamento del 1975 diretto da Trevor Nunn con Glenda Jackson, riconosciuto come uno dei più fedeli e intensi, il film ha attraversato varie epoche, mantenendo sempre intatta la sua forza. Anche il tentativo contemporaneo del 2016, che spostava l’ambientazione nel presente, confermava la capacità del testo di dialogare con il nostro tempo.

Il nuovo adattamento del 2025 diretto da Nia DaCosta si inserisce in questa lunga tradizione ma ne rappresenta uno dei capitoli più audaci. DaCosta non si limita a rimettere in scena Ibsen: ne libera le tensioni sotterranee, ne esalta la sensualità, la violenza emotiva e la dimensione di melodramma psicologico, trasformando Hedda in un film visivo, febbrile, contemporaneo. L’interpretazione magnetica di Tessa Thompson dà nuova vita a un personaggio che dopo oltre 130 anni continua a parlare di repressione, desiderio, controllo e autodistruzione. È questa vitalità inesauribile, questa capacità di rinascere a ogni epoca con forme diverse, che rende Hedda Gabler un testo fondamentale e uno dei più affascinanti ponti tra teatro e cinema.
TRAMA ORIGINALE: Hedda, abituata a una vita di lusso e prestigio, si è sposata per convenienza e per sfuggire alla noia con lo studioso Jørgen Tesman, un uomo gentile ma mediocre. Il matrimonio è per lei una trappola emotiva e sociale. La sua vita viene sconvolta dal ritorno in città di Eilert Løvborg, un ex amante talentuoso ma autodistruttivo, rivale accademico di Jørgen. Løvborg ha trovato la stabilità grazie all’aiuto di Thea Elvsted, una vecchia compagna di scuola di Hedda, ed è in procinto di pubblicare un capolavoro. Hedda, provando una gelosia distruttiva per la relazione tra Løvborg e Thea (che lei vede come una “bella opera”), manipola Løvborg spingendolo a bere. Dopo che Løvborg perde il suo manoscritto (il “bambino” di Thea e Løvborg), Tesman lo trova. Hedda brucia il manoscritto in un atto simbolico di distruzione. Fornisce poi a Løvborg una delle pistole di suo padre, incitandolo a compiere un suicidio “bello” e “coraggioso” (“con una corona di foglie d’alloro”). Løvborg, tuttavia, si ferisce a morte in modo squallido e accidentale. Il giudice Brack, che ha capito il ruolo manipolatorio di Hedda, la minaccia di ricatto. Messa alle strette dall’imminente scandalo e incapace di sopportare le conseguenze delle sue azioni e l’oppressione della sua vita, Hedda si spara con la pistola rimasta, mettendo in atto il gesto tragico e drammatico che invidiava a Løvborg. Il dramma si conclude con l’orrore degli altri personaggi per l’imprevedibile e violenta fine.

Un’estetica che sovrasta il testo: le critiche più dure a Hedda
Le critiche meno favorevoli al nuovo adattamento di Hedda si concentrano soprattutto sul modo in cui la regista rilegge e modernizza la struttura drammaturgica di Ibsen. Secondo le letture più severe, il film sacrifica parte della complessità psicologica originale per privilegiare un’estetica ricca e spettacolare, introducendo modifiche narrative e sottotrame che diluiscono la tensione e attenuano la forza della tragedia.

Alcuni osservano che l’energia iniziale del racconto si affievolisce man mano che il film procede, a causa di un ritmo discontinuo e di deviazioni poco necessarie rispetto al nucleo emotivo del testo. Anche le scelte stilistiche, pur tecnicamente impeccabili, vengono talvolta percepite come eccessive, quasi a soffocare l’essenzialità del dramma con uno sfarzo cinematografico che allontana dall’austerità e dalla precisione con cui Ibsen scolpiva i conflitti interiori dei suoi personaggi. In questa prospettiva, l’adattamento risulta affascinante ma meno incisivo, come se il nuovo linguaggio visivo, pur audace, rendesse l’opera più fragile nel suo equilibrio e meno potente nel dialogo con la fonte teatrale.
L’evoluzione del personaggio di Hedda nell’adattamento di DaCosta
Nel film, Hedda diventa una figura ancora più stratificata rispetto al modello ibseniano: non è soltanto una donna intrappolata tra desideri repressi e convenzioni sociali, ma un personaggio che sembra oscillare volontariamente tra vulnerabilità e manipolazione, come se cercasse nel caos una forma di libertà. DaCosta la ritrae come una presenza magnetica che domina lo spazio senza mai abitarlo davvero, una donna che non vuole essere salvata né compresa, ma temuta, osservata, desiderata. Questa rilettura attualizza la tragedia di Ibsen trasformandola in un’indagine sul potere emotivo e sulla ribellione silenziosa contro i ruoli imposti.

Tessa Thompson offre una prova che definisce il film, costruendo una Hedda di straordinaria complessità sensoriale. Il suo lavoro è fisico, calibrato nei gesti minimi: un’inclinazione della testa, un sorriso appena accennato, uno sguardo che passa dalla seduzione alla minaccia in un istante. Thompson non interpreta Hedda; la modella, la reinventa, la rende un’entità cinematografica nuova. La sua presenza si impone come una forza gravitazionale che altera gli equilibri tra i personaggi, trasformando ogni scena in uno spazio di tensione emotiva pura.
Accanto a Thompson, Nina Hoss offre una controparte tanto elegante quanto inquieta, ampliando il gioco di specchi tra i personaggi. La loro dinamica è fatta di sguardi, pause, tensioni sottili che amplificano l’ambiguità emotiva della storia. Il cast di supporto lavora con una precisione calibrata, costruendo un universo relazionale che rende credibile la discesa di Hedda nel caos e contestualizza le sue manipolazioni in un contesto emotivo vivo e stratificato.
Il linguaggio formale di Nia DaCosta
La regia di DaCosta fonde teatralità e cinema in un modo che non imita il palcoscenico, ma lo espande. L’uso dello spazio è quasi architettonico: corridoi stretti, saloni opulenti, finestre che incorniciano i personaggi come quadri viventi. La messa in scena è calibrata, sensuale, mai compiaciuta. DaCosta utilizza la macchina da presa come un osservatore mobile che cattura il desiderio e la repressione attraverso movimenti fluidi, quasi ipnotici. Ne nasce un’opera in cui la forma non decora la narrazione, ma la amplifica, trasformando la tragedia in un’esperienza visiva e sensoriale.

DaCosta non aggiorna semplicemente il contesto; aggiorna il modo in cui lo spettatore percepisce Hedda. I temi di Ibsen — desiderio, oppressione, paura della mediocrità, autodistruzione — diventano qui pulsazioni moderne, rivolte a un pubblico che riconosce nelle fragilità della protagonista un’eco delle inquietudini contemporanee. Invece di attenuarne gli aspetti più radicali, DaCosta li esaspera, trasformando il dramma borghese ottocentesco in un viaggio emotivo in cui il rifiuto dei ruoli sociali diventa un atto di ribellione intima e violenta.
La fotografia di Sean Bobbitt conferisce al film un impatto visivo intenso, con colori saturi, luci calde che accarezzano i volti e ombre che rivelano l’inquietudine dei personaggi, mentre i primi piani di Hedda assumono una forza quasi pittorica. Suono e musica non sono semplici accompagnamenti, ma strumenti narrativi: rumori ovattati, respiri amplificati e riverberi nei corridoi creano tensione costante, mentre la colonna sonora, delicata ma incisiva, traduce in melodia ciò che Hedda non esprime, amplificando sensualità e intensità emotiva.

