OBLIQUE REVIEW: A cena con il dittatore di Manuel Gómez Pereira

Nella Madrid del 1939, prigionieri repubblicani devono preparare un banchetto impeccabile per il generale Franco. Manuel Gómez Pereira firma una farsa brillante dove la cucina diventa campo di battaglia. Tra equivoci e dignità, il film usa il ridicolo come arma di resistenza, evocando cult come Morto Stalin, se ne fa un altro!

Diretto da Manuel Gómez Pereira e presentato con successo al Festival di San Sebastián, A cena con il dittatore è una coproduzione franco-spagnola, tratta dalla pièce teatrale La cena de los generales. Il film ha vinto il Premio Goya per la Migliore sceneggiatura non originale e il Feroz come Miglior commedia. Con un cast d’eccezione che vede protagonisti Mario Casas e un monumentale Alberto San Juan, la pellicola è arrivata nelle sale italiane lo scorso 9 aprile, confermando la capacità del cinema spagnolo di rileggere la propria storia con intelligenza e ironia.

A cena con il dittatore: il banchetto della discordia nella Madrid del ’39

Nella Madrid del 15 aprile 1939, con le ferite della guerra civile ancora aperte, il generale Francisco Franco ordina una sontuosa cena celebrativa all’Hotel Palace. Per realizzare l’impossibile in tempi record, viene messo in piedi un team paradossale: un gruppo di prigionieri repubblicani strappati alle celle per le loro doti culinarie, un direttore d’albergo ossessionato dalla perfezione e un giovane tenente. Mentre ai piani alti si attende l’impeccabilità formale dei vincitori, nelle cucine il fervore dei preparativi nasconde un pericolo imminente. Tra piatti raffinati e ordini serrati, matura un complotto silenzioso destinato a trasformare il trionfo del dittatore in un evento imprevedibile.

La cucina della dignità: tra memoria storica e risata liberatoria

Il film si muove magistralmente sul confine tra la tragedia storica e la farsa, utilizzando la preparazione del banchetto come metafora della resistenza umana. Pereira esplora il valore della dignità e la nobiltà degli ideali di libertà proprio nel momento del loro apparente tramonto. Il contrasto tra l’opulenza dei vincitori e l’ingegno dei prigionieri repubblicani mette in scena un “vaudeville della memoria”, dove l’umorismo diventa l’unico strumento possibile per illustrare un’epoca terribile, trasformando la cucina in un campo di battaglia per la sopravvivenza dello spirito.

Ritmo, costumi e musicalità: la macchina perfetta della commedia

Sotto il profilo tecnico, l’opera brilla per una scenografia che ricostruisce con precisione la Madrid del 1939. La sceneggiatura di Joaquín Oristrell e Yolanda García Serrano garantisce un ritmo serrato, tipico della farsa, dove gli equivoci si incastrano con precisione musicale. Fondamentale è il contributo della colonna sonora di Anne-Sophie Versnaeyen e della canzone originale di Víctor Manuel, che arricchiscono il film di una dimensione sonora capace di sottolineare sia i momenti di tensione che quelli di satira pungente. I costumi di Helena Sanchis, premiati con il Goya, completano il quadro di una ricostruzione d’epoca impeccabile e funzionale alla narrazione.

L’arma del ridicolo: A cena con il dittatore e l’arte di riscrivere la storia tra farsa e memoria

Sotto il profilo stilistico e narrativo, A cena con il dittatore si inserisce in quel raffinato filone cinematografico che utilizza la farsa e il grottesco per smontare l’estetica del potere e riscrivere simbolicamente la storia. L’opera di Manuel Gómez Pereira richiama immediatamente l’audacia di Bastardi senza gloria, dove un evento d’élite diventa il teatro di una rivalsa letale contro il regime, ma lo fa con un ritmo che strizza l’occhio alla satira nerissima di Morto Stalin, se ne fa un altro!

Proprio come nel capolavoro di Armando Iannucci, la tensione della dittatura viene filtrata attraverso situazioni assurde e goffe, trasformando la solennità del banchetto in un terreno fertile per l’equivoco tipico di classici come Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch. In questo “vaudeville della memoria”, il film riesce a bilanciare la denuncia politica con il divertimento, offrendo una vittoria morale ai vinti attraverso l’ingegno e l’astuzia, trasformando la cucina dell’Hotel Palace in un campo di battaglia dove l’arma più affilata non è la spada, ma il ridicolo.

Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog

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