Dopo anni di successi in sezioni collaterali come Un Certain Regard, il regista giapponese Kōji Fukada approda finalmente nel concorso principale del 79º Festival di Cannes con Nagi Notes (titolo originale Nagi Diary). Adattamento cinematografico della celebre opera teatrale Tōkyō Notes di Oriza Hirata del 1995, il film si presenta come una co-produzione internazionale che unisce Giappone, Francia, Singapore e Filippine. Distribuito globalmente da mk2 Films, l’opera conferma Fukada come uno degli eredi più sensibili della tradizione del dramma sociale nipponico, capace di trasformare le dinamiche quotidiane in riflessioni universali sul tempo e sull’appartenenza.

TRAMA:Ambientato nella cornice rurale di Nagi, nella Prefettura di Okayama, il film racconta l’incontro tra due ex cognate il cui legame è sopravvissuto a una separazione familiare. Yoriko (Takako Matsu), una scultrice solitaria che vive lavorando la terra, riceve la visita di Yūri (Shizuka Ishibashi), un architetto in carriera che si divide tra Tokyo e Taiwan. Yūri accetta di posare come modella per le sculture di Yoriko: durante queste lunghe sessioni di posa, la quiete della provincia viene scossa dal riemergere di vecchi legami e segreti. L’ingresso in scena di Yoshihiro (Ken’ichi Matsuyama), amico d’infanzia di Yoriko e vedovo locale, intreccia i destini dei protagonisti in una rete di desideri inespressi e verità taciute, mentre sullo sfondo risuonano gli echi di un passato queer e le notizie distanti della guerra in Ucraina.

Scolpire il tempo: l’arte come specchio della solitudine
Il cuore dell’opera risiede nella capacità di Fukada di decostruire il concetto tradizionale di famiglia nucleare, esplorando come i legami affettivi possano evolversi al di fuori delle convenzioni eteronormative. In Nagi Notes, la pratica artistica diventa il catalizzatore della verità: l’atto di Yoriko di scolpire il volto dell’amica non è solo un esercizio estetico, ma un tentativo quasi “inquietante” di fermare il tempo e comprendere l’identità dell’altra. Attraverso una struttura a capitoli scandita dai fogli di un calendario, il regista indaga il lutto e la solitudine non come stati passivi, ma come spazi creativi. Il confronto tra la vita rurale e le ambizioni urbane rivela la fragilità delle relazioni umane, suggerendo che spesso è solo attraverso la finzione dell’arte o il distacco dalla metropoli che riusciamo a guardare davvero dentro noi stessi.
Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog






