Il 79° Festival di Cannes ha inaugurato i suoi battenti nella giornata di ieri con The Electric Kiss (titolo originale La Vénus électrique), la nuova fatica di Pierre Salvadori. Il regista, noto per la sua capacità di mescolare malinconia e farsa, porta sul grande schermo un’idea nata dieci anni fa sul set di Planetarium, gentilmente “ceduta” dai colleghi Rebecca Zlotowski e Robin Campillo. Presentato fuori concorso e distribuito simultaneamente nelle sale francesi, il film si avvale di una fotografia onirica e nebulosa che trasforma la Parigi del 1928 in un libro pop-up dai colori saturi, richiamando, seppur con un tocco più intimo e artigianale, le atmosfere elettriche del Moulin Rouge! di Baz Luhrmann.

TRAMA:Nella Parigi del 1928, il celebre pittore Antoine Balestro (Pio Marmaï) è l’ombra di se stesso: devastato dalla morte della moglie Irène, ha perso l’ispirazione e si è rifugiato nell’alcol. Una notte, nel disperato tentativo di contattare la defunta, si imbatte in Suzanne (Anaïs Demoustier), un’umile lavoratrice del luna park che si è intrufolata in una tenda da veggente solo per rubare del cibo. Suzanne decide di stare al gioco e finge di essere una sensitiva. Il gallerista di Antoine, Armand (Gilles Lellouche), fiutando l’occasione per far tornare il suo protetto a dipingere, stringe un patto con la ragazza: lei continuerà la messinscena orchestrando finte sedute spiritiche in cambio del pagamento dei suoi debiti. Ma il piano vacilla quando Suzanne inizia a provare un sentimento reale per l’uomo che sta cinicamente manipolando.

L’arte di ingannare il dolore
Il cuore dell’opera risiede nella capacità del lutto di trasformarsi in un motore creativo attraverso l’illusione. Salvadori costruisce una commedia degli equivoci che fluttua tra il ridicolo e il profondamente sincero, esplorando la necessità umana di credere a “bugie pietose” pur di lenire il trauma della perdita. Mentre Antoine compie il percorso da scettico a credente, Suzanne incarna la “Venere Elettrificata”, una figura che vende un amore rapido e stimolante ma finisce per restare intrappolata nella sua stessa recita.

Nonostante un ritmo a tratti rallentato dai flashback sul passato tormentato di Irène, il film brilla per la sinergia tra Marmaï e Demoustier, capaci di rendere credibile una storia d’amore nata tra trucchi di magia e tele colorate, ricordandoci che spesso è proprio attraverso la finzione che riusciamo a ritrovare la verità dei nostri sentimenti.
Sabrina Canzanella
Founder & Editor – Awards Season Blog






