Il cinema svizzero, pur non essendo tra i più prolifici a livello mondiale, ha una tradizione ricca e variegata, influenzata dalle diverse culture linguistiche (tedesca, francese, italiana e romancia?) presenti nel paese. Le prime produzioni risalgono agli anni ’20 e ’30, con una crescita più strutturata dopo la Seconda guerra mondiale. Questa divisione linguistica ha portato a una produzione cinematografica spesso frammentata ma ricca di prospettive diverse. La neutralità svizzera durante le guerre mondiali ha inoltre contribuito a un cinema spesso distaccato dalle grandi narrazioni politiche, focalizzandosi invece sulle questioni sociali interne e individuali

In tal senso si distingue per un approccio realistico e riflessivo, che esplora temi sociali, psicologici e culturali, con un’attenzione particolare alla complessità delle identità regionali e linguistiche. Questa tradizione si conferma anche nella recente scelta per gli Oscar 2026: la Svizzera ha infatti scelto come suo rappresentante per la categoria Best International Film il dramma sociale Late Shift (Heldin), di Petra Volpe. Il film, presentato in anteprima all’ultimo Festival di Berlino nella sezione Special Gala, incarna perfettamente lo stile narrativo svizzero, focalizzandosi su un tema interno e individuale, come quello delle difficoltà del sistema sanitario.
Il cinema svizzero: uno sguardo tra dramma sociale, identità e politica
Tra i registi più influenti che hanno plasmato il volto del cinema svizzero, emerge una tradizione profonda e consapevole, capace di esplorare con acume le contraddizioni della società. Questa tradizione si è costruita su una varietà di voci che, pur diverse, condividono una straordinaria capacità di affrontare temi complessi con sensibilità e onestà.

Alain Tanner, maestro indiscusso del dramma sociale e psicologico, ha saputo esplorare le tensioni personali e collettive con uno sguardo acuto e realistico. La sua maestria è pienamente espressa nel film Jonah Who Will Be 25 in the Year 2000 (Jonas che avrà vent’anni nel 2000) (1976), che segue le vite di diverse coppie, tra cui un professore, un sindacalista e un bohémien, all’indomani dei tumulti sociali e politici del maggio 1968 in Francia. Attraverso i loro ritratti intimi, Tanner analizza con precisione i profondi cambiamenti che hanno segnato la Svizzera negli anni Settanta. Sebbene il film sia stato selezionato per rappresentare la il Paese alla 49ª edizione degli Academy Awards, non riuscì a entrare nella cinquina finale.

Nel panorama cinematografico svizzero poi, l’identità e il multiculturalismo sono diventati un tema centrale, soprattutto grazie a registi come Ursula Meier. Il suo tocco intimo e personale ha permesso di riflettere sulla complessa convivenza di diverse culture e lingue all’interno di una stessa società. Con il suo toccante dramma familiare Home (Casa dolce Casa?) (2008) con Isabelle Huppert, la Meier esplora in modo magistrale l’alienazione e la ricerca di un’identità autentica, mostrando come la famiglia, in uno stato di isolamento, possa diventare un luogo di rifugio o, al contrario, di conflitto di fronte al mondo esterno. Questa pellicola è stata presentata nella Settimana internazionale della critica del 61º Festival di Cannes ed ha ottenuto 3 nominations ai César tra cui Miglior opera prima.

Infine il cinema politico e satirico, particolarmente vivace nella Svizzera tedesca, ha offerto uno sguardo critico sulle contraddizioni sociali del Paese. Fredi M. Murer, con il suo film Vitus (2006) con Bruno Ganz, ha unito in modo brillante la storia di un bambino prodigio a riflessioni più ampie e universali su famiglia, libertà personale e il peso schiacciante delle aspettative. La sua opera, vincitrice del massimo premio nazionale, lo Swiss Film Prize per il Miglior film, dimostra come il cinema svizzero riesca a unire argomenti complessi con leggerezza e profondità, mantenendo sempre uno stile unico e riconoscibile che continua a ispirare le nuove generazioni di cineasti.
Vitus e Heidi: i film che hanno dimostrato il potenziale commerciale del cinema svizzero
Il cinema svizzero tende ad avere un pubblico di nicchia, ma ci sono stati alcuni film che hanno riscosso successo significativo, soprattutto quando affrontano temi universali o riescono a unire le diverse comunità linguistiche. Tra questi spiccano il già citato Vitus che ha ottenuto un buon successo al botteghino svizzero e internazionale, grazie alla storia toccante e alla performance del giovane protagonista. Senza dimenticare Heidi di Alain Gsponer (2015), un adattamento del classico letterario, è stato un grande successo di pubblico, soprattutto grazie al suo richiamo all’identità culturale nazionale.

Dal botteghino agli Oscar: i film svizzeri che hanno raccontato l’identità e l’immigrazione
Tra gli altri film che hanno avuto successo in patria spiccano: Die Schweizermacher (I fabbricasvizzeri) (1978) di Rolf Lyssy che non è stata solo una commedia satirica, ma un vero e proprio fenomeno di costume. Con un’ironia sottile, il film ha messo in scena il complesso e a volte assurdo processo di naturalizzazione in Svizzera, diventando uno dei maggiori successi al botteghino della storia del cinema nazionale e riuscendo a far riflettere il pubblico su temi di identità e integrazione con leggerezza e intelligenza. Al centro della vicenda la burocrazia svizzera e i folli ostacoli incontrati dagli stranieri che desiderano ottenere la cittadinanza, raccontati attraverso le indagini di due poliziotti cantonali incaricati del processo di naturalizzazione.

Anni dopo, il cinema svizzero ha avuto il coraggio di confrontarsi con una storia ben più dolorosa. Sto parlando del film vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1981, The Boat Is Full (La Barca è piena) (1981) di Markus Imhoof, che ottenne la nomination all’Oscar per il Miglior film straniero. Si tratta di un dramma storico acclamato che ha scosso le coscienze, affrontando la scomoda verità del rifiuto di rifugiati ebrei da parte della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale. Questa tradizione di cinema onesto e socialmente impegnato ha raggiunto il suo apice con Reise der Hoffnung (Viaggio della speranza) (1991) di Xavier Koller, che ha continuato a esplorare il tema dei rifugiati, raccontando la storia toccante di una famiglia turca in cerca di una nuova vita, conquistando l’Oscar per il Miglior film straniero a distanza di 6 anni dalla prima statuetta per la cinematografia nazionale con La diagonale du fou (Mosse Pericolose) di Richard Dembo.

La mia vita da zucchina: l’animazione che ha saputo raccontare il trauma con gli occhi di un bambino
Ma vie de Courgette (La mia vita da zucchina) (2016), diretto da Claude Barras, vincitore del prestigioso Festival international du film d’animation d’Annecy è un film in stop-motion che affronta con delicatezza temi profondi come l’abbandono, il lutto e la violenza domestica, filtrandoli attraverso lo sguardo ingenuo dei bambini.

La storia segue Courgette, un bambino che dopo aver perso la madre trova in un istituto per minori non solo coetanei con passati difficili, ma anche amicizia, solidarietà e la possibilità di ricominciare. Lo stile visivo, con pupazzi dagli occhi grandi e ambientazioni calde, amplifica il senso di vulnerabilità e poesia. Acclamato dalla critica e nominato all’Oscar nel 2017 come Miglior film d’animazione, il film ha avuto un forte impatto emotivo, trasmettendo il messaggio che una nuova famiglia, fondata sull’affetto e sulla cura reciproca, può offrire speranza anche dopo un grande trauma
Un cinema in costante rinnovamento: la nuova onda svizzera tra dramma sociale e sguardo internazionale
Nel cinema svizzero sta maturando una generazione che non ha l’ansia dell’etichetta. Autori e autrici provenienti da aree linguistiche diverse (tedesca, francese, italiana) usano generi e formati in modo mobile: dal coming-of-age alle ricombinazioni tra melodramma e fantascienza, dal documentario d’osservazione al film politico. Il risultato è un panorama sorprendentemente coeso nella qualità e insieme eterogeneo per temi, luoghi e toni.
Simon Jaquemet: l’irrequietezza del reale e la vertigine del virtuale
Con Chrieg (War) (2014) Jaquemet firma un esordio teso e fisico: il quindicenne Matteo viene trascinato in un campo “rieducativo” sulle Alpi; il film osserva la violenza psicologica e materiale come dispositivo di controllo degli adolescenti, intrecciando sopravvivenza e ribellione.
Dopo avere sondato fanatismo e scienza in The Innocent (L’uomo innocente) (2018), storia di una donna credente scossa dal ritorno di un ex e da esperimenti neuroscientifici, Jaquemet spinge il proprio cinema nel territorio del techno-thriller con Electric Child (2024): un informatico implora una super-AI di salvare il figlio malato e scambia la “libertà” dell’algoritmo con la vita reale della famiglia.

Carmen Jaquier: desiderio, fede e affermazione personale
Ambientato nel 1900 in un vallone del Sud della Svizzera, Foudre (Thunder) scelto nel 2024 per rappresentare il Paese agli Oscar nella categoria Miglior film internazionale, racconta il ritorno a casa di Elisabeth, 17 anni, dopo la misteriosa morte della sorella maggiore: un romanzo di formazione femminile in cui religione, norme sociali e pulsioni entrano in attrito, fino a un gesto di affermazione personale.

Lionel Baier: commedia politica e identità europea
Con La dérive des continents (au sud) (Deriva continentale) (2022) Baier sceglie la satira per parlare di Europa e migrazioni. Terzo capitolo della sua tetralogia sull’Europa, ambienta in Sicilia una vicenda che intreccia crisi migratoria e conflitto familiare. Una funzionaria UE, deve organizzare la visita di Macron e Merkel in un campo profughi, operazione intrisa di cinismo propagandistico. L’arrivo inatteso del figlio attivista con cui aveva interrotto i rapporti, riapre ferite personali e scontri ideologici. Alternando satira politica e commedia, il film esplora le ipocrisie del potere e il bisogno di riconciliazione, offrendo una riflessione ironica e acuta sulle distanze — geografiche e umane — dell’Europa contemporanea.

In sintesi nel cinema svizzero di oggi non troviamo un “movimento” monolitico, ma un laboratorio mobile che parla molte lingue (in senso letterale e cinematografico). La Svizzera, oggi, è un hub dove storie minute e grandi strutture — famiglia, finanza, fede, istituzioni — si incontrano e si sfidano, con film capaci di viaggiare e di restare impressi

